“AI”uto!

Io ho paura dell’intelligenza artificiale. Ci gioco, la utilizzo, la sperimento. Ma ho paura. Ho paura di quello che ci farà come esseri umani. Non che l’umanità, oggi, sia una morbida e calda coperta per proteggersi dal freddo dei sensi. No, tutt’altro. Ma ci stiamo affidando troppo alla macchina, al mondo digitale. Le penne ci cadranno di mano perché non sapremo più come impugnarle. La grafia già da tempo si sfalda, ci sfugge dalle dita troppo abituate a pigiare sulla tastiera. E il nostro pensiero? Che ne sarà? Leggo chi non ha mai saputo costruire una frase di senso compiuto e mi stupisco delle sue abilità letterarie. Così, apprese con la stessa velocità del gorgoglio di una moka.

A che servirà leggere libri, studiare, creare? Eppure servirà, ne sono certa. Come sento che ci sarà un termine. Ma dopo, come nei film di fantascienza, ci ritroveremo davanti a un vecchio giradischi che ancora suona, a una radio che gracchia. E saremo nei campi di grano anneriti ma vivi, con spighe tenaci che resistono, tra ciuffi di verde che spaccano l’asfalto e calle che rifioriscono dopo il gelo. Saremo più poveri di strumenti, ma forse più ricchi di senso. E saremo felici.

Ma ora, ho paura. Paura di tutto questo sovraccarico di input e vomitate di output, di prestazioni che ti sfidano a fare, a dare, a dimostrare. Che ne sarà di noi umani quando tu prenderai il sopravvento? Ho chiesto a Chatgpt. «Non “voglio” dominare il mondo» , mi ha risposto. «I rischi nascono invece da come le persone, le aziende o gli Stati usano la tecnologia. La storia è ancora tutta da scrivere — e gli esseri umani decidono molte delle regole del gioco» .

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𝐄𝐟𝐟𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐏𝐫𝐨𝐮𝐬𝐭: 𝐨𝐝𝐨𝐫𝐢 𝐞 𝐦𝐞𝐦𝐨𝐫𝐢𝐚

La Recherche – ultimo volume

Oggi camminavo nel vialetto fuori dalla redazione, dopo che per lungo tempo era caduta la pioggia. Quattro passi verso il bar, come faccio spesso. Nell’aria c’era un piacevole profumo, non il petricore sprigionato dal battere delle gocce sulla terra asciutta ma l’essenza fresca delle piante, dell’erba bagnata. Ho inspirato a lungo e si è spalancata una porta della memoria: io, piccola, che camminavo per i viali alberati di Cesenatico quando, dopo un temporale, la nonna mi portava a cercare le lumache. Il ricordo è riaffiorato impetuoso e delicato allo stesso tempo. Che pace! La stessa che provavo nei mesi d’estate trascorsi al mare quando, dopo giornate di sole e di caldo, arrivava la pioggia a rinfrescare. Noi bambini ce ne stavamo rintanati in casa a giocare, per poi correre in spiaggia, a temporale finito, per affondare i piccoli piedi nella sabbia bagnata, tra gli ombrelloni chiusi come i fiori di notte.

Immagine realizzata con l’AI

Marcel, tu la sapevi lunga

Lo so che i nostri sensi giocano un ruolo fondamentale nella formazione e nel recupero dei ricordi, ma ogni volta che lo sperimento, mi sorprendo. E nel mio caso nasce sempre (o quasi) tutto da un odore. È la memoria episodica olfattiva, definita anche effetto Proust, o effetto Madeleine perché l’incredibile Marcel spiegò bene cosa significa il ricordo che in ogni momento della vita può riaffiorare dall’incontro con un sapore, un oggetto, un gesto, un colore, un profumo. Ma l’olfatto…mamma mia, continua a far saltare fuori i conigli dal cilindro! Tra i cinque sensi è l’unico ad avere una via diretta con l’ippocampo e l’amigdala, le regioni del cervello coinvolte nella formazione e nel recupero dei ricordi, oltre che nella gestione delle emozioni. Non segue percorsi lunghi, procedere diretto e preciso verso luoghi, o un tempo, in cui non ricordi di essere stato. Ti prende e ti riporta là o, se preferite, riporta il là, qua.


Troviamo di tutto nella nostra memoria, è una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso

Marcel Proust

Ho fatto una ricerca sugli odori che hanno un potere evocativo straordinario:

Profumi floreali: rosa, gelsomino, lavanda

Odori della natura: erba fresca, mare, terra bagnata dopo la pioggia

Odori legati all’infanzia: profumi di giocattoli, colla o prodotti per la pulizia utilizzati in casa

Profumi personali

Odori ambientali: di una libreria (carta e inchiostro)

Io ricordo questi profumi

Molti degli odori citati coincidono con i miei, anche se il profumo floreale che mi riporta al passato è quello dei gerani, perché c’erano quelli sul balcone di casa mia. L’erba fresca e la terra bagnata (o l’asfalto) lo sono senza dubbio, ma io ricordo la passerella in cemento del Bagno Milano, a Cesenatico. Ricoperta da grani di sabbia e gocce di abbronzante, resa incandescente dal sole d’agosto, emanava un profumo che, per me, è quello che identifica le estati degli anni Ottanta.

Giocattoli…la gomma del Cicciobello e i capelli della mia bellissima Barbie nera.

Ampia gamma di «profumi personali»: c’è quello di mio nonno che ritrovo nella berretta di lana bianca a righe rosse e gialle che indossava nelle notti d’inverno, per tenere la sua testa pelata al caldo. C’è il maglione di mia madre, intriso del profumo della sua pelle che mi lasciava addosso ad ogni abbraccio. Loro non ci sono più, ma rivivono nella trama di quei tessuti.

Quel certo nome letto un giorno in un libro contiene fra le sue sillabe il vento impetuoso e il sole brillante che c’erano quando lo leggevamo

Marcel Proust

Tra gli odori ambientali penso sia abbastanza scontato rispondere la carta dei libri di testo, i trucioli di matita e le biro profumate. Dio mio, la lista potrebbe continuare all’infinito ma la chiudo con il profumo dei biscotti bresciani (che penso non ritroverò più) e quello della pizza fatta in casa. Quella della mia nonna era unica, il pomodoro profumava di aglio. Quel profumo l’ho ritrovato solo una volta nella mia vita, sarà stato una quindicina di anni fa. Stavo entrando in un locale di Salò del quale non ricordo il nome. Beh, mi si è infilato nelle narici e sono andata a sbattere dritta dritta contro uno dei tanti ricordi assopiti.

Ê così che i ricordi riprendono vita, muovendosi come ombre sui muri, nella notte dell’oblio. Ogni tanto mi perdo in queste riflessioni, a voi capita mai? Se leggendo questo testo avete mosso le narici e inspirato più profondamente, forse è il momento di cercare i vostri frammenti di memoria.

Dimenticato l’alfabeto dell’olfatto che ne faceva altrettanti vocaboli, d’un lessico prezioso, i profumi resteranno senza parola, inarticolati, illeggibili.

Italo Calvino
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Quando i turisti invadono e i cetrioli spariscono

Immagine generata con l’AI

A Barcellona, migliaia di persone sono scese in piazza contro l’eccessiva presenza di turisti. Stessa cosa alle Canarie, con manifestazioni in diverse città. A Venezia hanno sperimentato un biglietto d’ingresso da 5 euro e prevedono di raddoppiarne il costo e in Trentino Alto Adige cresce la tensione tra la comunità locale e l’industria turistica. Dal «venghino signori, venghino» al «vade retro forestiero» ormai è un attimo, succede sul Garda e – pensate – anche sul piccolo lago Moro in Valcamonica.

Leggo di una protesta rivolta ai progetti di sviluppo del lago pensati dall’Amministrazione di Darfo, colpevole, secondo alcuni, di trasformare un luogo calmo, silenzioso e suggestivo in un «caotico, rumoroso e sovraffollato parco acquatico». Colpe o non colpe (bisogna poi vedere i punti di vista) un po’ ovunque è palpabile il fastidio per una sorta di usurpazione dello spazio urbano da parte dei visitatori.

In molti casi, soprattutto nelle città, il turismo di massa fa lievitare i costi degli alloggi e diventa sempre più difficoltoso per i residenti trovare case in cui vivere a prezzi equi. Come se non bastasse, in Islanda sono finiti anche i cetrioli. Introvabili! Cosa c’entra questo con il nostro discorso sul turismo di massa? Un collegamento c’è, occhio e croce.

L’altro giorno, scorrendo vari video su Instagram e Tik Tok, guarda caso mi sono capitati due post sul Lago Moro pubblicati da travel influencer che pubblicizzavano la bellezza delle acque di un luogo incantato dove, però, è anche possibile divertirsi. Erano video fatti da utenti stranieri, non saprei ritrovarli nello scrolling veloce che ti piglia in quei momenti e nel quale è finito anche un «meraviglioso laghetto dalle acque cristalline in Veneto. Vuoi scoprire dove si trova? Seguimi e scrivimi nei commenti, ti risponderò».

Quante volte abbiamo sentito ripetere che «la pubblicità è l’anima del commercio»? Con i social tutto si è modificato, la comunicazione ha trovato una nuova grammatica e così l’immagine. Tutti vogliono “la spunta verde”, ovvero quel “Fatto!” che caratterizza ogni viaggio o esperienza che sia. L’ho capito qualche anno fa a Santorini, alla ricerca di un punto per ammirare il tramonto che non fosse occupato da frotte di zombie impomatati, brillantinati e truccati, con il cellulare in mano, pronti a spintonare per uno spazio che facesse da ideale sfondo per il selfie di rito da pubblicare subito sui social. «Sunset in Santorini? Fatto!». «Eh ma anche tu eri lì» starete pensando. Vero, ma i viaggi si fanno anche per godersi in pace i paesaggi, guardarsi attorno con curiosità e vivere il luogo con partecipazione senza necessariamente una toccata e fuga da spunta (quel famoso «Fatto!» per intenderci). C’è ancora chi cerca altro, non credete?

Ok, ma i cetrioli? Mo’ ci arrivo.

Turismo di massa da social, è questo il punto. Colpa (o merito) degli influencer? «Fanno il loro lavoro, il problema è la gente che li segue» ha dichiarato nel 2023 la guida turistica Brian Subinaghi (intervista su Repubblica Milano). «La fila per un selfie o una foto al chiosco moresco di Villa Melzi: siamo arrivati a questo. Si sta snaturando il Lago di Como con il turismo da social media, in cui conta solo l'”io” e tutto diventa un grande set fotografico» ha scritto Subinaghi in un post. «Rivoglio i gruppi culturali, rivoglio le spiegazioni a gente interessata».

Groupage allo sbaraglio e dagli atteggiamenti sconcertanti. Sempre Subinaghi racconta di imbattersi spesso in turisti delusi quando arrivano sul lago, indirizzati dall’hashtag #lakecomo: «Mi chiedono dov’è il ‘lake Como’ che hanno visto su Instagram, senza rendersi conto che ce l’hanno davanti agli occhi– continua – Purtroppo a causa dei social i luoghi perdono valore, vengono visti come set fotografici e non per la storia, l’arte e la cultura che hanno dietro». Se un luogo è di tendenza non c’è che andarci e (per?) mettere la spunta verde (Fatto!)

Tutto può fare tendenza: luoghi, trucchi, abbigliamento, esperienze eno-gastronomiche. Cibo, per l’appunto. Recentemente i cetrioli sono andati esauriti in Islanda. Colpa di “Cucumber Guy”, un giovane tiktoker che ha letteralmente influenzato le scelte di consumo di molti suoi follower, oltre sei milioni in totale. Non aspettatevi ricette da chef, qui si tratta di affettare i cetrioli in un contenitore di plastica, aggiungere “laqualunque” e shakerare. Pronto il pastone, Logan Moffit (questo il vero nome dell’influenzatore) prende le bacchette cinesi, le infila nel pastone e ingurgita un mega boccone di “boh” con grande soddisfazione. Tanto è bastato ai suoi fan per svuotare i supermercati e fare impennare la richiesta dell’ortaggio verde. Che il repentino aumento della domanda sia da ricondurre a lui è legato al fatto che, oltre ai cetrioli, in Islanda scarseggiano anche altri ingredienti utilizzati da “Cucumber guy” nelle sue ricette: l’olio di sesamo, l’aceto di riso e la salsa di pesce (l’articolo completo su Il Post).

L’impatto dei social media sul marketing è abbastanza evidente. Muovono le masse, oggi come oggi. Quindi anche i turisti. Non tutti, ovviamente, ma una buona parte. Poi, certo, i viaggi costano meno di un tempo e prendere un aereo è diventato molto più semplice che prendere un treno così come vedere i propri desideri esauditi nel tempo di un click è all’ordine del giorno (1800 pacchi all’ora vengono distribuiti a Brescia città secondo una stima di Confesercenti). Viviamo in un mondo veloce, globalizzato, sempre più alla ricerca della instagrammabilità che rischia di compromettere la tanto auspicata e ricercata sostenibilità.

Fomo – ecco come la interpreta l’AI

Sarà questione di Fomo? …what? Ma sì, la paura di perdersi qualcosa di importante (Fear of Missing Out) o di non essere “al passo” con ciò che è popolare. Oppure è il ben noto “bisogno di appartenenza” con la sua gratificante validazione sociale? Qualche psicologo, sociologo, filosofo mi venga in aiuto. Io, nel frattempo, vado a mangiarmi un’insalata di cetrioli “della nonna”: con pomodori, cipolle e fagiolini.

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Liminal. Pierre Huyghe a Venezia, tra buio e luce

Ho incontrato una donna senza volto, una scimmia con una maschera bianca e un ragno eremita ibridato con la Musa dormiente di Constantin Brâncuși. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Ho pensato: che meraviglia è l’arte, capace di sospendermi e liberarmi dall’angoscia del dilemma della vita

Offspring, 2018 di Pierre Huyghe (sistema autogenerativo basato su sensori che modificano il suono e la luce)

Benvenuti in Liminal, il nuovo “viaggio” che Pierre Huyghe, in stretta collaborazione con la curatrice Anne Stenne, ha concepito alla Punta della Dogana di Venezia (fino al 24 novembre 2024). Nuove e importanti creazioni dell’artista francese si affiancano a opere degli ultimi dieci anni, provenienti in particolare dalla Pinault Collection.

Ho brancolato nel buio e ho trovato la luce, allineata e agganciata come una capsula alla stazione spaziale, pronta ad esplorare l’Universo. Ho fame, mi nutro d’arte. E se a lungo mi sono chiesta il perché, la risposta mi è arrivata come un’epifania in questa affascinante “Waste Land”. Mi aveva avvertito Thomas Stearns Eliot: «La conclusione di tutte le nostre ricerche sarà di arrivare dove eravamo partiti e di conoscere il posto per la prima volta».

Il colpo di fulmine

Tutto inizia e riporta a lui, Pierre Huyghe. Era il 2001, la mia prima Biennale d’arte. Mi rivedo al Padiglione Francia completamente ipnotizzata da due torri residenziali in un paesaggio urbano desolato, avvolto dalla nebbia nella notte. Edifici privi di qualsiasi presenza umana che riprendevano vita attraverso piccole finestre illuminate qua e là, tra suoni elettronici. Non capivo ma osservavo. Stimolata, scossa, calmata da quelle frequenze verso esperienze sensoriali per me nuove, affascinati. Mi sentii avvolta dalla scena, completamente dentro. Immersa.

La risposta a quel «che ci facciamo noi qui?» arrivò a me, interprete di una nuova lingua, cittadina di un nuovo mondo. Avvertii un brivido, un piacere totale. Mi sentii meno sola. Huyghe mi aveva appena svelato l’accesso a una nuova dimensione, consegnandomi, tra suoni e immagini, i codici per comprendere una nuova lingua. Liminal, quindi, 23 anni dopo. Una soglia cognitiva che trova ideale collocazione in uno spazio ridisegnato dall’architetto giapponese Tadao Ando. Il passato e il futuro si annullano, il buio e la luce aderiscono alle percezioni di un tempo umano e altro. Forma e astrazione si rincorrono. Cos’è la realtà? Da quale prospettiva guardarla? Oppure, è solo percezione?

Non voglio esibire qualcosa a qualcuno, ma piuttosto il contrario: esporre qualcuno a qualcosa – Pierre Huyghe (2019)

Limen, limbo e transizione: liminal

La donna senza volto ha un ventre che riconosco, tocca la mia memoria. Poi mi perdo, nessuna coordinata geografica o spaziale. Approdo su un Pianeta vuoto, grigio, privo di orizzonte, spento. Nei suoi passi circospetti, il mio smarrimento, in una manciata di polvere la paura che svanisce e il noi che «non fummo sconfitti solo perché continuammo a tentare» riemerge per quella strada sulla quale non siamo.

Liminal – Pierre Huyghe

Individui muti accompagnano i visitatori nel percorso sulla terra desolata e mondi acquatici, tra una stanza e l’altra. Indossano delle maschere con schermo Led, dorate. Idiom, provisti di sensori che rilevano stimoli e informazioni ambientali e li traducono in fenomeni incomprensibili. Apici di assoluto stupore e genialità si materializzano sullo schermo in Human mask, quando in una Fukushima devastata dal terremoto e dalla catastrofe nucleare del 2011 incontriamo una piccola scimmia che indossa una maschera bianca e lunghi capelli neri. Un’incantevole e inquietante “bambina” che ribalta le prospettive tra umano e animale. Istinto, ansia, noia.

Un viaggio che continua nella sala degli acquari con progetti che risalgono al 2013-2015 e 2017. Ambienti popolati da entità diverse, specie antiche apparse 540 milioni di anni fa, da cui ha avuto origine la maggior parte delle forme viventi, che se ne stanno sulla sabbia nera di Cambrian Explosion, dove un’enorme roccia galleggiante sembra muoversi incongruamente rispetto alla forza gravitazionale. L’ibridazione tra due specie si manifesta nel granchio eremita che indossa una copia della Musa dormiente, famosa scultura di Constantin Brâncuși.

Zoodram 6 – Pierre Huyghe

Dall’acqua al deserto di Atacama, in Cile. Il luogo più antico e arido della terra mostrato in Cosmata, un film autogenerato e montato in tempo reale dall’intelligenza artificiale. Modifiche all’infinito senza linearità con macchine che sembrano compiere un rituale sconosciuto sullo scheletro umano emerso parzialmente dalle sabbie. Le telecamere sembrano compiere un rito funebre infinito, indugiano su alcuni dettagli amplificando la sensazione di essere in quella terra desolata e di nessuno incontrata insieme alla donna senza volto.

De-extinction, 2014 – Pierre Huyghe

Dodici minuti per l’apoteosi del viaggio, non saprei definirlo diversamente. De-extinction, film del 2014, trascina all’interno di una pietra d’ambra, tra i suoni e i rumori di una motion control camera in azione. Mostra l’accoppiamento di due insetti risalente a un milione di anni fa, cristallizzato nel tempo, scrutato da telecamere macroscopiche e microscopiche. Sospende il qui e ora. Galleggi senza coordinate temporali, tra galassie sconosciute. Ancora una volta, alla ricerca della donna senza volto. Un ponte tra le irrisolte domande esistenziali e la percezione più nitida.

Dal buio alla luce

Resta un ultimo passo per tornare alla luce. Su un grande schermo UUmwelt-Annlee riproduce immagini mentali prodotte da un’interfaccia cervello-computer che registra l’attività cerebrale di una persona nell’atto di immaginare Annlee, personaggio anch’esso immaginario. Chiudi gli occhi, respira. Ora riaprili e ricomincia. Mind’s Eyes, artefatto di materiale sintetico e biologico, ti guarda. Sembra sciogliersi, mutare.

Riprendi il passo

Prima di uscire l’inciampo in Estelarium. C’era anche all’entrata, ma nel buio denso in cui anche le ombre sembravano smarrite, non l’avevo notato. È un calco, la forma di un ventre umano gravido poco prima del parto. Custode di un segreto universale. Un’immagine congelata nel tempo che racchiude la promessa del futuro.

Spalanco la porta della Dogana e il sole mi acceca. È il pomeriggio di una calda estate, il mio corpo recupera lentamente temperatura, gli occhi si abituano nuovamente alla luce. Ma in me c’è qualcosa di diverso, come nel lontano 2001. Un risveglio, una rinnovata consapevolezza. Eccolo, il miracolo dell’arte.

E alla fine di tutto il nostro andare
Ritorneremo al punto di partenza
Per conoscerlo per la prima volta.
(Thomas Stearns Eliot)

Liminal – Pierre Huyghe
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Una poltrona verde, una cuffia e un paio d’occhiali

Nella casa dei miei nonni c’era una poltrona verde. In quella casa ci sono cresciuta e dentro quella poltrona ho sognato davvero l’impossibile. Ci stavo “dentro” perché mi rannicchiavo e raggomitolavo. Era una poltrona larga, tozza e bassa, verde oliva, colore tipico degli anni Settanta. Mi piaceva accarezzarla perché la mano scorreva morbida sopra quel velluto a coste sottili sottili.

Quella poltrona ha fatto giri immensi abitando ogni angolo del salotto e mi ha portata in ogni dove di quel mondo dove tutto è possibile. Mi piaceva avvicinarla alla finestra per starmene lì, tra luce e ombra, rintanata nei miei libri, nella mia musica, nei miei sogni. Ogni tanto ci penso a quei momenti.

Alcuni degli oggetti a me più cari sono custoditi in una cassetta di legno: c’è la cuffia in lana di mio nonno, quella che gli teneva al caldo la testa pelata nelle fredde notti d’inverno, ci sono gli occhiali di mia nonna senza i quali il suo viso, nei miei ricordi, parrebbe più sfuggente. Avessi potuto renderla piccola piccola, ci avrei messo anche la poltrona verde in quella scatola. Invece chissà dov’è finita, forse in qualche discarica. Di certo la ritrovo in un angolo del mio cuore e nei ricordi di quella casa che esiste ancora e che, oggi, custodisce altre vite.

Spesso mi capita di passare sotto le finestre della camera da letto, quelle che danno sulla strada pubblica. Richiamano il mio sguardo e smuovono emozioni. Quella casa popola i miei sogni più spesso di quanto vorrei, avvolge il mio risveglio e confonde la mente quando non ritrovo il mio vecchio letto o il mio sguardo cade nel vuoto, non trovando appiglio alla libreria con le ante in vetro bugnato. Quanto manca ogni oggetto, ogni sensazione. Quanto manca la mia poltrona verde che mi ha cullata e protetta anno dopo anno e, come una navicella spaziale, mi ha fatto esplorare l’universo quando ero ancora troppo piccola per mettermi in viaggio da sola.

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Con la rabbia nelle dita

È un tempo strano, il nostro. Parliamo di tutela dell’ambiente, ma tagliamo alberi senza ragione. Chiediamo più parchi e demoliamo gli esistenti. Rivendichiamo diritti ma ignoriamo quelli degli altri. Scriviamo di rispetto e agiamo nell’offesa. Sappiamo fare tutto noi ma gli altri sono tutti degli emeriti incapaci. Ci lamentiamo di non avere denaro ma lo sperperiamo in futilità. Pretendiamo di «essere» ma valutiamo solo ciò che abbiamo. Vogliamo e non agiamo. Ce ne stiamo seduti con la bolla al naso e la rabbia nelle dita.

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Il valore del silenzio

C’è un tempo per ascoltare e uno per parlare. Un tempo per riflettere e un altro per scrivere. Tutti hanno valore, ma ascolto e riflessione hanno in sé un silenzio prezioso, conosciuto a pochi.

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Cade la neve e nemmeno te lo aspetti

Storia dell’incontro con una sconosciuta

Stava pulendo i bagni del centro commerciale, un po’ indispettita dalla tanta carta lasciata sul pavimento e dal disordine generale. Aveva un piglio gentile, e un accento musicale. Le ho chiesto di dove fosse. “Vengo dal Brasile” mi ha risposto. Abbiamo parlato cinque minuti, un breve tempo che, entrambe, abbiamo colmato di informazioni.

Lei per dirmi che è arrivata a Brescia nel 2011, che non capiva nulla quando la suocera le parlava in stretto dialetto bresciano e che le persone dovrebbero rispettare i luoghi pubblici come fossero loro, perché è questione di educazione. Io per raccontarle degli amici brasiliani che, lasciata Brescia, sono tornati a casa.

Alla fine siamo finite a parlare del tempo, che là fa caldo e che qui fa freddo. Soprattutto in inverno. Le prime volte, ha raccontato, le si gelavano le dita. Poi, un giorno, ha visto cadere la neve. Per lei era la prima volta. Me l’ha detto con una lievità fanciullesca che mi ha spostata, per un attimo, in una dimensione parallela.

L’ho seguita con lo sguardo quando ha alzato gli occhi al cielo e, con le mani, ha mimato i fiocchi scendere lenti. Poi ha fissato il suo sguardo color cioccolato nel mio. Era luminoso, sorridente.

Non so come, né con quali parole, ma ci siamo salutate. Lei ha stretto lo spazzettone tra le mani e ha ripreso a pulire con energia. Io sono uscita dai bagni, pensando quanto è bello, ogni tanto, attaccare bottone con chi non si conosce, per ricevere in dono minuti preziosi che potremmo non dimenticare mai. E così sarà.

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Spettri, immagini e parole in Parlamento

La 19ma legislatura è iniziata con l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Chi sono, cosa hanno detto e cosa faranno?

Credo che le persone possano cambiare. Sempre che lo vogliano. Credo anche che, per alcuni, le prese di posizione estremiste, oggi come oggi, siano solo apparenti. Convenienti medaglie su una divisa che poi, arrivati a casa, si tolgono per indossare panni più comodi e rilassati. Credo anche, ma è forse meglio dire che lo spero, sia cambiato il mondo e che in Italia non ci siano (più) i presupposti per un passo indietro nel tempo più nero della nostra storia.

Dunque: la diciannovesima legislatura è iniziata, abbiamo Ignazio Benito Maria La Russa come presidente del Senato, la seconda più importante carica dello Stato dopo quella di presidente della Repubblica. L’articolo 86 della Costituzione ci ricorda che “𝑳𝒆 𝒇𝒖𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝑷𝒓𝒆𝒔𝒊𝒅𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑹𝒆𝒑𝒖𝒃𝒃𝒍𝒊𝒄𝒂, 𝒊𝒏 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒄𝒂𝒔𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒂 𝒂𝒅𝒆𝒎𝒑𝒊𝒆𝒓𝒍𝒆, 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒆𝒔𝒆𝒓𝒄𝒊𝒕𝒂𝒕𝒆 𝒅𝒂𝒍 𝑷𝒓𝒆𝒔𝒊𝒅𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝑺𝒆𝒏𝒂𝒕𝒐”. Il leghista Lorenzo Fontana è stato nominato presidente della Camera (la terza delle più alte cariche dello Stato).

Chi è La Russa, lo sappiamo un po’ tutti: ha militato nel Movimento Sociale Italiano, poi An e PdL. E’ tra i fondatori di Fratelli d’Italia. Insomma, una vita votata a destra. Il 13 ottobre, dopo la sua elezione a presidente del Senato, abbiamo assistito a una scena (storica? simbolica? inquietante?) : a 100 anni dalla Marcia su Roma 𝑳𝒊𝒍𝒊𝒂𝒏𝒂 𝑺𝒆𝒈𝒓𝒆 – senatrice a vita deportata nel 1944 nel campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz, sopravvissuta all’olocausto (non c’è bisogno di ricordare cosa è stato, giusto?) che ha fatto della sua vita una testimonianza per i crimini commessi dal fascismo – ha annunciato l’elezione di Ignazio La Russa.

Perché proprio lei? Perché, essendo la più anziana dell’emiciclo, ha dovuto presiedere la prima seduta del Senato nella nuova legislatura al posto del presidente emerito Giorgio Napolitano, che ha dovuto declinare per motivi di salute. E’ il regolamento, bellezza!

Che dire, poi, del discorso di insediamento di La Russa, quando ha citato Sandro Pertini (già) e la sua frase che lo ha ispirato: 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂 è 𝒏𝒆𝒄𝒆𝒔𝒔𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒔𝒂𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒐𝒕𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒑𝒂𝒖𝒓𝒂, 𝒎𝒂 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒔𝒑𝒆𝒓𝒂𝒏𝒛𝒂 . Oppure, che dire del 25 aprile, 1°maggio e 2 giugno “date che hanno bisogno di essere celebrate da tutti”, ha detto La Russa, e di quell’unità tra le parti, tanto rimarcata che lo ha portato a dire: “sono sempre stato un uomo di parte, di partito. Ma in questo ruolo non lo sarò”. Beh, non so voi ma io un po’ stranita lo sono. Le persone possono cambiare? Ci credo, ma vengo categoricamente delusa. Eppure continuo a lottare, proprio come diceva Pertini, anche senza speranza.

Poi arriva Lorenzo Fontana, politico che sui social pubblica foto di santi, sante, madonne, Salvini (glielo avrà insegnato lui, a farlo?) e che crede nella difesa dei confini dalle 𝒊 𝒏 𝒗 𝒂 𝒔 𝒊 𝒐 𝒏 𝒊 . Il suo curriculum parla di manifestazioni per la famiglia tradizionale (e io, qua, sono già segnata sul taccuino nero), di posizioni antiabortiste, anti LGBT+ e filo putiniane. Integralista ultracattolico, anti euro…

C’è altro? Sì, ma ho già bruciore allo stomaco, mi fermo qua. Sia chiaro, lui è assolutamente libero di avere le sue idee (le parole e le azioni, però, vanno sempre pesate), il punto è che non vorrei le imponesse a tutti visto che è la terza più alta carica dello stato.

Il presidente della Camera, tra le altre cose, “𝒅𝒆𝒄𝒊𝒅𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝒂𝒎𝒎𝒊𝒔𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒊𝒕à 𝒅𝒆𝒊 𝒑𝒓𝒐𝒈𝒆𝒕𝒕𝒊 𝒅𝒊 𝒍𝒆𝒈𝒈𝒆, 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒆𝒎𝒆𝒏𝒅𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒊, 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒐𝒓𝒅𝒊𝒏𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒐, 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒎𝒐𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊, 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒓𝒐𝒈𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒑𝒆𝒍𝒍𝒂𝒏𝒛𝒆” e questo un po’ mi preoccupa visto che il presidente di una Camera può, di fatto, incidere sull’approvazione o sulla bocciatura della legge.

“La Camera – ha detto Fontana nel suo discorso d’insediamento – rappresenta le diverse volontà dei cittadini: la nostra è una nazione multiforme con diverse realtà storiche e territoriali che l’hanno formata e l’hanno fatta grande: la grandezza dell’Italia è la diversità. Interesse dell’Italia è 𝒔𝒖𝒃𝒍𝒊𝒎𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒆 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒓𝒔𝒊𝒕à” e per un attimo mi ha lasciato sperare, poi ho realizzato. Macché, signori e signore, qui si parla di autonomie locali, mica di diritti sociali. Che ne è, e che ne sarà di quel “rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali umani” evidenziati nel saluto di Fontana al Pontefice? La mia prof di Lettere, a questo punto, mi aiuterebbe con una valida parafrasi. Parole, parole…un tanto al chilo.

Fontana ha citato anche il beato Carlo Acutis (un ragazzino di 15 anni morto nel 2006 per una leucemia fulminante) che disse “𝑻𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒐𝒏𝒐 𝒐𝒓𝒊𝒈𝒊𝒏𝒂𝒍𝒊 𝒎𝒂 𝒎𝒐𝒍𝒕𝒊 𝒎𝒖𝒐𝒊𝒐𝒏𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒇𝒐𝒕𝒐𝒄𝒐𝒑𝒊𝒆”. Lo ha fatto introducendo un discorso sull’Italia che, avendo una sua peculiarità, non deve omologarsi a realtà estere.

Ma Carlo Acutis, cosa voleva dire con quella frase? Repubblica riporta una dichiarazione della madre del giovane all’Ansa: “𝒄𝒉𝒆 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒏𝒐𝒊 𝒔𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒊𝒂𝒍𝒊, 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒄’è 𝒖𝒏 𝒑𝒓𝒐𝒈𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒐𝒓𝒊𝒈𝒊𝒏𝒂𝒍𝒆, 𝒔𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒄𝒆𝒈𝒍𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒅𝒊 𝒗𝒊𝒗𝒆𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒊𝒍 𝒑𝒓𝒐𝒔𝒔𝒊𝒎𝒐 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒏𝒕𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒇𝒐𝒕𝒐𝒄𝒐𝒑𝒊𝒆 𝒅𝒊 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒐 𝒐 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊 𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒊 𝒓𝒆𝒂𝒍𝒊𝒛𝒛𝒂”.

Non resta che lasciar lavorare i nostri nuovi politici perché: ormai altro non possiamo fare e qualcuno deve pur farlo. Speriamo che gli spettri rimangano nell’oltretomba, che le immagini e le parole in Parlamento non ci facciano raccapricciare oltremodo, come spesso è accaduto. E che l’opposizione faccia un degno lavoro, lasciando perdere le scaramucce e mostrandosi propositiva e incisiva.

Non citerò santi o beati, ma quel “tutti nascono…” mi riporta alla 𝘿𝙞𝙘𝙝𝙞𝙖𝙧𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙪𝙣𝙞𝙫𝙚𝙧𝙨𝙖𝙡𝙚 𝙙𝙚𝙞 𝙙𝙞𝙧𝙞𝙩𝙩𝙞 𝙪𝙢𝙖𝙣𝙞 (1948) il cui primo articolo recita proprio così: 𝑻𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒈𝒍𝒊 𝒖𝒐𝒎𝒊𝒏𝒊 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒐𝒏𝒐 𝒍𝒊𝒃𝒆𝒓𝒊 𝒆 𝒖𝒈𝒖𝒂𝒍𝒊 𝒊𝒏 𝒅𝒊𝒈𝒏𝒊𝒕à 𝒆 𝒅𝒊𝒓𝒊𝒕𝒕𝒊. 𝑺𝒐𝒏𝒐 𝒅𝒐𝒕𝒂𝒕𝒊 𝒅𝒊 𝒓𝒂𝒈𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒆 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒔𝒄𝒊𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒆 𝒅𝒆𝒗𝒐𝒏𝒐 𝒂𝒈𝒊𝒓𝒆 𝒈𝒍𝒊 𝒖𝒏𝒊 𝒗𝒆𝒓𝒔𝒐 𝒈𝒍𝒊 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊 𝒊𝒏 𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒑𝒊𝒓𝒊𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒇𝒓𝒂𝒕𝒆𝒓𝒏𝒊𝒕à.

E, visto che siamo in Italia e non ci vogliamo “omologare”, citiamo pure la nostra 𝘾𝙤𝙨𝙩𝙞𝙩𝙪𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 dove, all’articolo 3 ricorda che: 𝑻𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒊 𝒄𝒊𝒕𝒕𝒂𝒅𝒊𝒏𝒊 𝒉𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒑𝒂𝒓𝒊 𝒅𝒊𝒈𝒏𝒊𝒕à 𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒍𝒆 𝒆 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒆𝒈𝒖𝒂𝒍𝒊 𝒅𝒂𝒗𝒂𝒏𝒕𝒊 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒍𝒆𝒈𝒈𝒆, 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒅𝒊𝒔𝒕𝒊𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒔𝒆𝒔𝒔𝒐, 𝒅𝒊 𝒓𝒂𝒛𝒛𝒂, 𝒅𝒊 𝒍𝒊𝒏𝒈𝒖𝒂, 𝒅𝒊 𝒓𝒆𝒍𝒊𝒈𝒊𝒐𝒏𝒆, 𝒅𝒊 𝒐𝒑𝒊𝒏𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒑𝒐𝒍𝒊𝒕𝒊𝒄𝒉𝒆, 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂𝒍𝒊 𝒆 𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒍𝒊.

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Che “Futura” ci aspetta se non insegniamo a coltivare i sogni ai nostri giovani?

Una ragazzina di 18 anni, in visita ad una fiera su futuro, ambiente e sostenibilità, entra con un sogno ed esce con un dilemma: “Vorrei fare la ballerina, ma ora mi trovo a un bivio. Forse dovrei scegliere un lavoro che mi dia la sicurezza economica”. No, tesoro. Scegli ciò che può renderti felice.

Se lo puoi sognare, lo puoi fare

Ricordo bene i miei sogni da bambina. Tre cose avrei voluto fare, nella vita: l’attrice, la viaggiatrice, la giornalista. Sul primo sogno, non mi sono mai realmente impegnata. Il secondo, per qualche tempo, l’ho anche toccato. Il terzo, si è realizzato. Tre sogni, ma mai ho pensato che avrei voluto diventare ricca. Indipendente, quello sì. Volevo realizzarmi al più presto nel lavoro, per non dipendere da nessuno. Ma l’obiettivo era il sogno, la passione.

A quel tempo allontanavo gli adulti che avrebbero voluto per me un lavoro “sicuro”, uno di quelli “senza grilli per la testa”, uno di quei lavori che già allora mi toglievano il fiato al solo pensiero. Se uno, o una, di quegli adulti mi faceva la ramanzina, mi chiudevo a riccio per sempre. Ho avuto la fortuna di avere una madre tale e quale a me. Una donna che metteva la propria indipendenza, economica e mentale, al di sopra di tutto. Che credeva nei sogni e che mi ha insegnato a coltivarli. Sono cresciuta con i nonni materni, siciliani, rigidi, concreti. Ma leggevano la mia irrequietezza e avevano trovato il modo di tagliare corto: quando avrai 18 anni, dicevano, potrai fare quello che vorrai.

Per questo mi irrigidisco ogni volta che, in un discorso, sento parlare di successo, denaro, potere come se queste fossero le uniche ambizioni accettabili in un mondo che è sì proiettato verso il futuro, ma ciecamente. Pensavo che le cose fossero cambiate, pensavo che le arti stessero guadagnando, nel pensiero comune e diffuso, il giusto valore che meritano. Pensavo che giovani appassionati di musica, danza, recitazione, pittura, scultura e qualsiasi altra espressione artistica, fossero liberi di inseguire i propri sogni senza giudizi o pregiudizi, senza freni. Tanto più che oggi, rispetto a trenta o quarant’anni fa, c’è la possibilità di studiare con più facilità, di viaggiare e connettersi, non solo virtualmente, ma con il mondo intero. Invece no.

Invece no, le cose non sono poi tanto cambiate se mi sento dire da una ragazza di 18 anni che lei vorrebbe cantare, danzare, ma che ora si trova davanti a un bivio perché, forse, è meglio che pensi a una professione che le dia la solidità economica. Dov’è che le sue convinzioni hanno vacillato? A Futura Expo, la manifestazione dedicata alla “visione del futuro in cui Uomo, Ambiente ed Economia possano convivere in armonia”.

Che c’entra il discorso che sto facendo con l’ambiente e la sostenibilità? Apparentemente poco, nella sostanza molto. Perché quella ragazza non è stata l’unica ad uscire da lì con le idee confuse. Ce n’è una seconda. Una ragazza che non sa esattamente cosa vorrà fare nella vita e che è in cerca di ispirazioni. Che confidava di capire qualcosa di ambiente, sostenibilità, impresa e futuro ma che ha recepito solo un messaggio: l’importanza del denaro. E non me l’ha riferito con la spocchia tipica di tanti giovani, ma con una delusione sincera. “Mi aspettavo qualcosa di diverso, invece tutti che parlavano di quanto erano stati bravi a costruire la loro impresa, la sicurezza economica, come se quella fosse l’unico obiettivo che conta”. Io, zitta. In ascolto.

Non ci sono stata alla fiera, non posso esprimere giudizi da esperienza diretta. E sono certa che ci siano state occasioni di confronto interessanti, sguardi proiettati al futuro e a un mondo migliore. Ho solo il dubbio che alcune conferenze scelte per gli studenti e le studentesse degli istituti superiori abbiano semplicemente mancato il bersaglio. Quale fosse, questo bersaglio, faccio fatica a capirlo.

Mi piange il cuore sapere che una ragazza è entrata con un sogno ed è uscita con un dilemma. Vorrei fosse entrata con un sogno e fosse uscita con la grinta per inseguirlo. Vorrei che non si insegnasse più ai giovani che il lavoro è Lavoro solo quando è fatica, solo quando fa gonfiare il conto il banca. Ma che il lavoro è una scelta consapevole nel rispetto delle proprie aspirazioni, qualcosa a cui ti dedicherai per la maggior parte della tua vita, o anche tutta. E che più lo amerai più sopporterai le fatiche, le notti insonni.

Vorrei insegnassimo ai giovani che “cadere” non significa fallire, ma costruire: esperienza, consapevolezza, umiltà. Vorrei dessimo loro gli strumenti per capire che non è necessario avere le idee chiare oggi, a 18 anni. E che la vita è una corrente che è bello assecondare, ogni tanto. Che magari non farai mai la ballerina, la cantante, l’attrice, la pittrice ma potresti comunque lavorare in quel mondo, perché ci sono tante altre infinite e bellissime professioni che si creano, anno dopo anno. E che se non ci riuscirai, verrai a patto con le tue aspirazioni, ma almeno ci avrai provato. Che non necessariamente si muore di fame se non si diventa manager o imprenditori di successo, ma che l’importante è lavorare per qualcosa che abbia senso per te, per il tuo cuore e la tua testa.

Vorrei che il “brain washing” (lavaggio del cervello) fosse equiparato, per gravità, al “greenwashing” (l’ecologismo che è solo facciata) e che provassimo gioia per poco, piuttosto che frustrazione per il troppo.  

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