Autunno

Foglie, cadute al vento:

le raccolgo

ed inizio a volare

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L’attesa

State guidando, in lontananza scorgete la luce rossa e le sbarre che si abbassano. Ecco. Ora dovete fermarvi, spegnere il motore e attendere. E’ la magia del passaggio a livello. Sì, la magia. Perché ci obbliga per qualche minuto ad aspettare.

Noi, così abituati a correre, chiedere e avere, agire e reagire, dobbiamo necessariamente fermarci.

C’è anche chi sceglie di fare inversione e proseguire su altre strade, senza intoppi (forse). Ma a me non interessa chi “lascia”. Mi interessa chi resta. E mi interessa sapere cosa accade in quei pochi minuti. Sapreste descriverlo?

Sapreste raccontarmi i dettagli? Soprattutto, vi ha mai sfiorato questo pensiero?

Io, oggi, ho visto e sentito molte cose che vi racconterò in un secondo momento. Ora mi piacerebbe  che anche voi vi soffermaste su questa immagine

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Il risveglio

Quante volte ho pensato al mio risveglio, alla sensazione di spaesamento e al desiderio di descriverlo in pagine che poi avrebbero custodito parole annodate ad altre parole, capitolo dopo capitolo, fino a completezza. Una forte voglia di fermare quegli attimi di tempo difforme, fuori fuoco. In balia di un mare mosso che non ti lascia tregua. Frazioni di secondo sulle quali corrono e si inciampano le età vissute, i tuoi 10, 20 o 30 anni. In altri luoghi, altre case, con altre persone. Poi mi avventuro nel mondo di Marcel Proust e mi imbatto in questa pagina, tratta dall’opera Alla ricerca del tempo perduto. “Eccolo il risveglio”, penso. “Parla di me, parla del mio mondo, dei miei sensi. Dio, come lo fa bene…”. Una perfezione assoluta, che mette a tacere tutto. Inarrivabile.

 

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Che fai tu, luna, in ciel?

Dicono che la prossima eclissi di luna totale così lunga  sarà  il  9 giugno 2123…felice di averla vista ieri notte.

Ma la luna è sempre magica.  A lei affidiamo le nostre speranze.

Brescia – Luna rossa – Ph Filippo Venezia (Fotolive)

 

 

 

Voglio ricordarla così,  come nel suggestivo scatto di Filippo Venezia (Fotolive).

Blood Moon – July 27th, 2018

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Aquatic prayer

Nazaré – Portugal

 

Oh my dear sea
do you see my soul sitting on the sand
Something soft and sweet
is blowing in my mind
Somehow a sad thought
that you’re trying to send away
Oh, sea, my dear sea
confort me me with your soft hand
Caress me and don’t leave me alone
take me with you just for a dance 

P.B.

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Mea culpa, ma anche no

Ho incontrato una persona che mi ha detto: “Sai, ho fatto un giro sul tuo blog: che triste!”. Ecco,  mi sono bloccata.

Più che il blocco dello scrittore, mi ha preso il blocco del pensiero. Insomma, possibile che debba sempre ragionare, criticare, denunciare, borbottare?

Poi, nelle mie letture, sono incappata in una frase di George Orwell:

“Scrivo perché c’è qualche menzogna che voglio denunciare, qualche fatto sul quale voglio attirare l’attenzione, e la mia prima preoccupazione è quella di essere ascoltato. Ma non potrei sopportare la fatica di scrivere un libro oppure un lungo articolo di giornale, se ciò non fosse anche un’esperienza estetica”.

L’esperienza estetica è un “linguaggio” in esplorazione. Non ho mai (non ancora) scritto un libro, tanto meno sarei capace di avventurarmi in storie lucidamente distopiche dal gusto Orwelliano (che assaporo come more appena colte nel bosco). Però…io sono questa. Una donna “contro”, spontanea, esigente, rigorosa. Ma sono anche altro, cosa che tengo nella mia sfera più privata. Vedete,  non riesco a farmi scorrere la vita addosso senza fastidi. Che poi, una persona non può essere riflessiva e allo stesso tempo serena? Ok, forse può, ma non troppo. E’ necessariamente un male o un difetto, questo?

Silvio Perrella (scrittore e critico letterario) nell’introduzione alla raccolta di saggi “Nel ventre della balena” di George Orwell (che consiglio vivamente di leggere) scrive di lui: “è una mente che non si sottrae al confronto con i fatti spiacevoli di un mondo in subbuglio”.

Ogni mattina mi alzo e so che ci sarà qualcosa che mi farà indispettire, e che dovrò denunciare. Ma ogni sera, prima di dormire,  so anche che ho vissuto intensamente con tutte le mie emozioni, so che mi sono perduta nel rincorrere una rondine in volo; che il mio cuore ha palpitato nell’assistere a un gesto di altruismo inaspettato; che il sorriso di un estraneo per la strada, regalato per un semplice atto di cortesia, ha rischiarato le mie ombre; che una nota percepita in lontananza mi ha fatta ballare; che un profumo sfiorato per caso ha riavvolto il nastro della mia vita di molti anni, fino a fermarsi in quell’esatto istante nel quale ho pensato che tutto è possibile e tutto è meravigliosamente trasformabile.

Ognuno ha un suo percorso, questa è la mia strada.

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La miseria dell’anima

Conosco molte persone, di diversa estrazione sociale. La maggior parte ha case di proprietà. Si parla tanto di crisi, e gli effetti sul mondo del lavoro si vedono.

Ma cos’è la povertà, oggi, se così tante persone hanno di che vivere in abbondanza? Mi guardo attorno, ascolto, e penso…

Individui che si lamentano, che imprecano sui social network, che piangono miseria. Poi scopri che hanno una casa per la quale non pagano il mutuo, perché è già di loro proprietà. O, in molti casi, per la quale il mutuo lo pagano, ma in misura minima visto che il grosso della spesa è stato sostenuto da papà e mamma, grazie a un anticipo importante sull’acquisto che ha abbassato notevolmente la cifra dilazionabile nel tempo. In altri casi oltre all’abitazione principale hanno anche una casa al lago, al mare o, perché no, all’estero.

Il lavoro? Beh, quello magari non dà grandi soddisfazioni, ma il paracadute familiare c’è, e rasserena. Però, “C’è crisi, va tutto male, chissà dove andremo a finire!”. Già, chissà proprio dove andremo a finire se perdiamo di vista la realtà. Soprattutto se chi ha davvero motivo di lamentarsi, tace. Per dignità, o semplicemente perché abituato da sempre a “tirare a campare”. Perché in tutta la sua vita ha sempre e unicamente dovuto – e voluto – bastare a sé stesso. Senza nulla chiedere. Ce ne sono di individui cosi’, ma non li si scova facilmente. E ciò che mi fa sorridere – con amarezza – è che spesso sono proprio queste persone ad essere oggetto di invidie. Non perché abbiamo auto, case o abiti lussuosi di cui adornarsi, ma perché paiono imperturbabili, nel loro vivere come piccole formiche operose. Ma nulla, o quasi, posseggono. Se non la convinzione che l’essere sia più importante dell’avere. Ed essere coerenti con sé stessi è, per loro, la priorità. Così come il non dover chiedere niente a nessuno.

Conosco una donna, Maria,  che non ha mai accettato la “schiavitù” della dipendenza: economica, psicologica, intellettuale, sentimentale. Ha pagato, per questo. Ha pagato molto cara la sua scelta di libertà. E oggi vive con una “pensione” minima dello Stato. Un assegno sociale, però. Perché pur avendo lavorato molti anni, non ha raggiunto il minimo sufficiente per una pensione di vecchiaia. Parliamo di cifre attorno ai 500 euro. L’unica cosa che possiede, e che si è guadagnata con non poche difficoltà e salti mortali, è una piccolissima casa. Un nido, nulla di più. Quattro mura, 50 metri quadri, poca cosa. Il frutto di un difficile percorso (che non starò qui a tracciare), fatto di continue cadute e tradimenti. Perché è importante questo dettaglio? Perché è il motivo per cui Maria (per la quale anche la salute non è affatto stata clemente), non si lamenta. Perché sa che donne e uomini della sua stessa età, nella sua stessa condizione, o peggiore, non hanno nemmeno la sicurezza di una casa. Il vero problema sarebbe se dovesse pagare un affitto. I 500 e rotti euro non basterebbero per sopravvivere. In banca non ha risparmi. E acquistare medicine per i problemi che la attanagliano, costa. Anche se per molti farmaci ha l’esenzione.   Le manca da mangiare? No, acquista con parsimonia e ringrazia quotidianamente lo Stato della carta acquisti: 20 euro al mese concessi a persone indigenti per comprasi il cibo. Va in vacanza? Quando era in forze, sì. Cosa di poco conto, ovviamente. Ma i piedi nel suo amato mare li andava a bagnare. Questa è povertà? Ci andiamo molto vicini. Se quella casa non appartenesse a lei, senza dubbio sarebbe povertà.  Ma questo è solo un punto di vista. Per altro, il suo (ironico, no?). Di certo lei vive in uno straordinario mondo di ricchezza umana, di dignità, rispetto e indipendenza.

Conosco anche uomini e donne che hanno solo un’auto vecchia (ma funzionante) come unica proprietà e che da sempre svolgono lavori precari. Certe volte a fatica arrivano a guadagnare 800 euro mensili. Pagano un affitto? Sì, tirati fino al collo. Il resto lo riducono al minimo. Vacanze? Dipende, qualche gita fuori porta. Se l’anno è andato meglio del solito, magari con lavori che hanno permesso di arrivare a uno stipendio di 1200 euro, qualche giorno al mare o in montagna se lo concedono. E’ povertà? Anche in questo caso scivoliamo nella stupefacente ironia… “Non ho nulla, ma sono felice. Non ho bisogno di avere qualcosa per sentirmi alla pari o meglio di altri. Ho ciò che mi serve”, dicono. Ok, quindi? Chi sono i poveri? Quelli che si considerano tali perché non hanno la casa di proprietà, l’ultimo modello d’auto, di smartphone o possibilità di fare vacanze in luoghi da sogno, come altri? Quelli che non hanno un lavoro ma “tanto ho i miei che mi aiutano”? Quelli che stanno 14 ore al lavoro, includendo festivi e notturni, per accumulare sempre di più, acquistare più case, veder lievitare il conto in banca – ricoprendosi di polvere e grigiore umano oltre che di oro – solo per poter dire “guarda come sono sciupato, io lavoro per vivere. Io fatico, mica gli altri sfaticati”. Oppure, quelli che “quest’anno è stata dura, mai visto una crisi così. Se va avanti sarò col culo per terra in poco tempo. Meglio vada a rilassarmi nella mia villa in Sardegna. A settembre, poi, andrò qualche giorno in Giappone”. Ditemi, quindi, chi è davvero in coda sulla soglia della povertà?

 

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Anche i medici della mutua hanno un cuore

Alberto Sordi in una scena del film “Il medico della mutua”

Quel giorno in cui un  medico di base mi raccontò:

[Quante situazioni disperate attorno a noi. Ed è sempre più difficile intervenire per tempo. Una volta era diverso. Non che non ci fossero problemi, ma c’erano più persone della comunità pronte a interessarsi al prossimo per evitare che accadesse il peggio. E le cose non miglioreranno, quando scompariremo anche noi, medici di base, dal punto di vista sociale sarà un problema enorme.

Ne parlavo poco fa con un maresciallo dei carabinieri, era del mio stesso avviso. Siamo entrambi prossimi alla pensione, ne abbiamo viste di situazioni…Uomini che ammazzano donne, uomini che ammazzano uomini, figli che abbandonano i genitori in condizioni di indigenza, anziani rimasti soli al mondo e nessuno che si prenda cura di loro. Sa cosa succedeva anni fa? Se in un paese o in un quartiere qualcuno aveva un problema, il medico di famiglia lo sapeva. Magari era il paziente stesso che si confidava, altre volte il medico, entrando nelle case, intuiva situazioni strane, anche pericolose. Capitava, in questo caso, che facesse poi due chiacchiere con il maresciallo della Stazione locale e gli dicesse di stare in allerta per rapporti al limite, animi irascibili e cose cosi’. E’ capitato ci fossero liti in famiglia e che il maresciallo, avvisato, conoscendo anche lui le persone, andasse da loro per farle ragionare. Oppure situazioni di anziani a rischio abbandono…insomma, si cercava di far ragionare le persone, si cercava un contatto, si attivava  una rete di aiuto, di vicinanza. Ora non è più cosi’.

Certo, qualche caso esiste, ma ci sono sempre meno possibilità di dialogo e di azione. E la burocrazia ci ha messo del suo. Devi stare attento a dire o fare certe cose perché ti mettono in riga, ti dicono che non sono fatti tuoi. Eppure il presidio del territorio è importante, lo ha detto anche quel maresciallo che ho visto poco fa. “Sa, per noi essere presenti in ogni paese è fondamentale, ma non è più come una volta. Tanti anni fa conoscevamo tutti. E parlare con la gente, mettere le persone sull’avviso, se iniziavano a prendere qualche strana direzione, serviva a molto. Ma oggi…questa capillarità va scomparendo”.

Già, anche noi medici della mutua siamo pochi e vecchi. Tra qualche anno andremo in pensione in molti, cosa accadrà? Cosa succederà alle persone? Tra i miei pazienti c’è un signore di 80 anni con una serie di problemi di salute, vive solo al quinto piano di una palazzina. Gli è stato recentemente diagnosticato un tumore, non riesce a muoversi e non ci sta  molto con la testa. Deve prendere una serie di farmaci, andare al bagno, mangiare, pulirsi…Sa chi è l’unica persona a prendersi cura di lui? Una vicina di casa. E sa perché lo fa? Per un senso di responsabilità, di umanità. Ho avuto modo di andare da lui e vedere in che situazione vive. Mi sono attivato per chiamare il figlio e dirgli che deve fare qualcosa, chiamare i servizi sociali, provvedere a un sostegno se lui non ha modo di seguire il genitore. Suo padre non può trascinarsi sul pavimento per raggiungere il bagno e deve esserci qualcuno che gli dica come e quando prendere i farmaci! Sono mesi che lo presso. Ma solo ieri si è dato una mossa. L’ho chiamato più volte sul cellulare, al telefono di casa…nulla. Allora ho scoperto dove lavora e l’ho cercato in azienda. A quel punto mi ha risposto. L’ho avvisato: “Se non chiama i servizi sociali e non si attiva, vado dai carabinieri”. Ecco, si è svegliato. 

Parlavo anche di questo poco fa con il maresciallo, ci siamo proprio chiesti dove andremo a finire. Tutto accentrato, tutto informatizzato, tutto rigidamente disciplinato in regole e burocrazia, un egoismo strisciante…Era cosi’ bello e utile tendersi la mano, parlarsi, confrontarsi…Ma tanto, cosa vuole che le dica, noi medici di base serviamo a poco o nulla, no? ]

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Parole, pensieri, opere…

Leggi, pensa, scrivi

sequenza da rispettare, o cadi

Leggi, pensa, scrivi

non ho letto, non ho pensato

Leggi, pensa, scrivi

senza pensiero, niente scrittura

Leggi, pensa, scrivi,

non avevo letto, non ho saputo scrivere

Leggi, pensa, scrivi

ho scritto, ma non leggevo da tempo

e sono caduta.

 

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Italo Calvino, je t’aime 

Ci sono scrittori che non invecchiano mai e che, parola dopo parola, ti fanno innamorare sempre più della Letteratura. Italo Calvino  è un faro che mi guida. 

Una pietra sopra è una raccolta di discorsi che immergono in profonde riflessioni e solleticano nuove curiosità. Penso che passerò la vita a leggere (o rileggere) tutti gli autori citati…

Italo Calvino, je t’Aime. 

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