La filosofia di Andy Warhol (1975)

Come Andy si mette il Warhol.

Non si ci può mettere a discutere con l’album dei ricordi

Lettura interessante fatta tanti anni fa e che, a cicli, ritorna. E’ la necessità di sfogliare le pagine per rinnovare  l’incontro con un uomo ingenuo, cinico, ironico, autoironico. Un autoritratto senza esclusione di colpi nel quale rivela il suo essere Uomo e il suo essere Personaggio. Andy Warhol e l’uso consapevole di una “maschera” da mettere e togliere all’occorrenza. Il filosofo disincantato di una società oggi più attuale che mai.La filosofia di Andy Warhol

“Mi piace essere la cosa giusta nel posto sbagliato e la cosa sbagliata nel posto giusto. Ma se per caso ti trovi in una di queste due situazioni, allora non esisti più per la gente, o ti tirano sputi, o scrivono delle recensioni cattive, o ti danno le bastonate, o ti saltano addosso, o dicono che sei “un arrampicatore”. Ma di solito ne vale la pena di essere la cosa giusta nel posto sbagliato o la cosa sbagliata nello spazio giusto, perché succede sempre qualcosa di divertente. Credetemi perché io ho tirato fuori una professione dall’essere la persona giusta nel posto sbagliato e la persona sbagliata nel posto giusto. E’ una cosa di cui conosco veramente tutto”.

“Oggigiorno sei considerato anche se sei un imbroglione. Puoi scrivere libri, andare alla TV, concedere interviste: sei una grande celebrità e nessuno ti disprezza anche se sei un imbroglione. Sei sempre una star. Questo avviene perché la gente ha bisogno delle star più che di ogni altra cosa”.

“Alcuni critici hanno detto che sono il Nulla in Persona e questo non ha aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto che la stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio. Ma sono ancora ossessionato dall’idea di guardarmi allo specchio e non vedere nessuno, niente”.

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L’arte d’essere profetici

warhol15minutes

 

Andy Warhol

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Prima i pedoni!

images (3)Quell’inspiegabile senso si frustrazione che ti assale quando ti fermi al cospetto delle strisce pedonali, rischiando tamponamenti e insulti vari (degli automobilisti), e il pedone non attraversa. Lui, non attraversa. Ti guarda, non parla. E’ immobile. Il tempo sembra fermarsi. Nella mente si affollano pensieri, domande: “Ma perché non attraversa?”. E lui (o lei), beatamente immobile, guarda di fronte a sé. Cosa, non si sa. In quel momento, titubante, riprendi la marcia. Ma quel “perché?” ce l’hai in gola. Allora abbassi il finestrino e dici: “Volevo farla passare!”. Niente. Il sorriso impietrito del pedone è l’unica risposta che ottieni e, frustrato nel tuo animo più docile e altruista, te ne vai. E’ a quel punto, quando tutte le auto sono passate, che lui attraversa. Vuole campo libero, come dargli torto. Lo farei anche io visto quello che, due volte su cinque, accade quando ti fermi per le strisce pedonali: un altro automobilista, che si pensa furbo, che ha fretta (solo lui?), sfreccia incurante delle auto in coda, ferme per l’attraversamento sulle strisce pedonali, rischiando di falciare il malcapitato che, dopo aver apprezzato il gesto di pochi, maledice la reazione di molti altri.  Altre volte, invece, accade qualcosa di diverso. Succede che, in cambio del tuo comportamento civile di automobilista, ricevi un bel gesto di insofferenza da parte del pedone, quasi si sentisse offeso dalla tua sosta per il suo passaggio. La frustrazione ti assale anche in quel caso, con l’aggiunta di un pizzico di rabbia. Alla fine, quindi, mi viene da pensare che noi italiani  siamo davvero poco abituati al senso civico e sempre più propensi a gesti di rabbia e insofferenza.

Proporrei una mobilitazione per sensibilizzare alla gentilezza, perché farla e riceverla è sempre motivo di gioia.

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