Donna…ma quale festa!

Festa della donna. Sì, ok. Allora dico che:

🔴il giorno in cui il sistema lavorativo metterà le donne nelle condizioni di NON farsi le scarpe l’una con l’altra

🔴il giorno in cui le donne verranno prese in considerazione per incarichi aziendali senza pretendere da loro un’impostazione (e orari) forgiati su tempistiche maschili (spesso completamente avulse da impegni familiari e questioni domestiche)

🔴il giorno in cui il 70% dei complimenti in contesti lavorativi si baserà su qualcosa di ben fatto e non su qualcosa di ben indossato

🔴il giorno in cui i compensi saranno equiparati

🔴il giorno in cui le donne potranno avere un equilibrio tra vita privata e lavorativa senza dover essere GIUDICATE, SMINUITE o DERISE da “super macho” della stupidità… forse un piccolo passo in avanti l’avremo fatto.

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Covid e salute mentale: quando diventa pesante stare soli con sé stessi

Ci sono bollettini ufficiali ai quali il dramma del Covid ci ha purtroppo abituati, e altri che restano nell’ombra. Di suicidio non si parla e non si scrive. Non lo si fa per sensibilità e rispetto verso la dignità delle persone: chi compie il gesto e chi a lui – o a lei – sopravvive. Non lo si fa, soprattutto, per evitare l’ emulazione, rischio confermato dall’Organizzazione mondiale della sanità. La stessa Oms, a marzo, aveva inoltre messo in guardia sul fatto che l’emergenza sanitaria potesse avere conseguenze anche sulla salute mentale. E il confinamento obbligato, in effetti, ha svolto un ruolo di detonatore per alcune fragilità: lo ha fatto con i rapporti di coppia, con gli abusi in famiglia e con i disturbi psichici. Il peso della depressione è aumentato, in alcuni casi aggravato anche da problemi economici. Nelle ultime settimane quattro giovani bresciani hanno compiuto il gesto estremo, tre donne e un uomo nemmeno trentenni. Altri sono stati salvati in tempo dai familiari o dalle forze dell’ordine, che hanno rilevato un picco di interventi salvavita in pieno lockdown. «Sicuramente c’è stato un effetto detonatore – conferma lo psichiatra e psicoterapeuta
Fausto Manara -. Il senso di incertezza, di paura e il doverlo vivere in solitudine, oppure obbligati a relazioni prolungate, magari in spazi ristretti, ha creato tensioni». «Nei periodi in cui si è maggiormente esposti alla solitudine – continua – quei fantasmi che hai in testa e che in altre situazioni mitighi incontrando persone o andando al lavoro, si ingigantiscono. Laddove c’è una struttura di base fragile, dove il nucleo depressivo è comunque presente, il periodo può essere vissuto molto male, fino ad approdare a scelte estreme». Difficoltà che statisticamente si accentuano soprattutto durante le festività natalizie e prima delle ferie estive. «Sono i due periodi dell’anno nei quali si verificano maggiormente i suicidi. In queste situazioni gioca un ruolo fondamentale la solitudine. La difficoltà a stare con sé stessi è figlia di un vicenda emotiva personale, che dipende dal fatto di non considerarsi una buona compagnia. Manca il rapporto di stima, di amore, di capacità di valorizzarsi per quello che si è nella propria individualità». «È chiaro che tutto questo non dipende dalla situazione in sé – precisa Manara – ma dal percorso di vita di queste persone che non le ha aiutate a costruire l’autostima, che è un anticorpo». Può dipendere dalle relazioni familiari ma anche dal temperamento. La «faccia» delle depressione, poi, inganna. «Una persona depressa non è necessariamente in lacrime o affranta. Parliamo di un sentimento interiore e difficile da esprimere perché significa mostrare una propria debolezza. Ci sono persone depresse relativamente socievoli, persino solari. Cercano di mascherare quello che hanno dentro». C’è chi riesce a chiedere aiuto, chi preferisce scontrarsi con i propri demoni da solo. «Spesso il suicidio riguarda persone dalle quali non ce lo saremmo mai aspettato, perché – avvisa – non le guardiamo a sufficienza, non entriamo in contatto profondo con loro al punto di poter cogliere oltre all’esteriorità anche ciò che hanno dentro». Più del dialogo, continua Manara, conta l’ascolto. E saper osservare, più che guardare. Non è semplice capire il disagio e questa nostra società basata sull’immagine, che esalta perfezione, sorrisi e successo trascurando la normalità e deridendo le debolezze, certo non aiuta. «In oltre 40 anni di professione ho riscontato che tutti i mali psicologici sono dovuti alla mancanza di autostima. La preoccupazione di avere difetti porta a compensarli cercando “protesi” come la ricchezza, la perfezione fisica, il successo e vivendo una situazione emotiva che può arrivare alla disperazione» conclude lo psichiatra.

(Mio articolo pubblicato su Bresciaoggi il 26 giugno 2020)

—–>NUMERI DI TELEFONO D’ASCOLTO (E AIUTO) PER I DISAGI MENTALI

Telefono Amico 

Numero verde d’aiuto del Ministero della Salute 

Numero di emergenza unico europeo 112

 

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Cari mamma e papà…

Gli adolescenti…già. Ragazzini e ragazzine spesso sottovalutati. Invece, a volte, regalano perle e speranza.   Non so cosa resterà di questo 2020 che ci sta scivolando fra le mani. Ma le parole scritte da Leonardo, un quattordicenne di Salò (Brescia), meritano di rimanere scolpite nella memoria. Questo spetta a  chi è capace di profondi sentimenti…

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«Io non so perché. Io davvero non riesco a capire il perché abbiano deciso di prendere quella laurea in medicina. Ormai me lo domando tutti i giorni, ma faccio molta fatica a capirlo». Leonardo ha 14 anni, due grandi occhi marroni e vive a Salò. Ha due fratelli minori e tanta nostalgia di un tempo che pare ormai troppo lontano. Da 25 giorni non vede mamma e papà se non attraverso videochiamate o qualche fugace incontro per la consegna della spesa ai nonni. È nella loro casa che si trova «confinato» ed è lì che ha dato sfogo ai suoi pensieri, scrivendoli nero su bianco, consapevole di essere «troppo giovane per superare il momento e troppo adulto per ignorarlo». I suoi genitori, entrambi medici impegnati nell’assistenza ai contagiati dal Covid 19, sapevano che prima o poi si sarebbero ammalati e hanno dovuto fare una scelta difficile per loro come per tante altre persone che vivono in prima linea l’emergenza sanitaria: allontanarsi dalla famiglia per tenerla al sicuro. «Del resto – scrive Leonardo in una lettera personale che i genitori hanno acconsentito a divulgare – stare con loro sarebbe stato come servire ai miei nonni un biglietto di solo andata nell’aldilà, perciò ora sono qui». E nonostante il «vuoto cosmico» lo turbi in queste giornate alienanti, dove l’unico argomento di cui si parla è il «famigerato Coronavirus», il giovane studente del liceo Scientifico ha saputo tuffarsi nelle sue emozioni più profonde per riemergere con una consapevolezza che lascia stupefatti. Domande che, ammette, «continuano a farsi sempre più pressanti e ad un certo punto vengo trafitto da una lancia di odio e rassegnazione». È la popolazione «ottusa» che non rispetta le regole a farlo arrabbiare: «Forse a loro non importa della propria vita e di quella degli altri, non importa di dover morire senza nessuno che gli stringa la mano». Non esiste giorno in cui Leonardo non si alzi sperando di sciacquarsi il viso e «fermare la corsa del pensiero». Lo chiama «inferno emotivo». La sua mente vaga: durante la lezione di latino davanti al pc, il giovane va alla ricerca del giuramento di Ippocrate. «Tante volte ho chiesto a mia madre il perché avessero scelto di fare questo lavoro e mi aveva sempre risposto che lo facevano per aiutare il prossimo, per salvare vite. Di una cosa però son certo – continua Leonardo: – quando diceva questo non avrebbe mai immaginato di doversi allontanare dai suoi figli per salvare la vita ai suoi genitori». Tra uno sguardo rivolto al nonno, la cui pesantezza della situazione «ritrovo in ogni ruga del viso», i giochi con il fratello coetaneo dagli occhi azzurri «ma come i miei, sembrano sempre più vuoti» e il rifugio nell’amato clarinetto, le ore scorrono, portando Leonardo «a un pianto disperato, secco, senza singhiozzi». È accaduto ancora una volta, riflette: «Ho toccato il fondo del barile». La solitudine attanaglia, la memoria accarezza la «fantastica vita di prima» con gli amici e le risate all’aria aperta. «Una voglia di affetto inimmaginabile» porta il ragazzo in cucina, dove la nonna abbandona per un attimo la preparazione della cena e lo abbraccia «piangendo, di un pianto senza risposta». Andrà tutto bene? Bisogna crederci. E aggrapparsi allo squillo del telefono che annuncia l’arrivo di mamma e papà. La consegna delle scorte alimentari ai nonni, però, non promette abbracci. «Quello rimane solo un sogno. Scendono dall’auto. A coprire bocca e naso, una mascherina. Cala il silenzio». Gli sguardi pieni d’amore e lacrime che non hanno più forza per scorrere. Il contatto negato e straziante. «L’abbraccio è un sogno che si dissolve – scrive Leonardo – E pensare a quanti ne abbiamo respinti fino ad oggi». L’auto dei genitori riparte, «i miei eroi, coloro che potranno forse un giorno ricongiungersi a noi».

Paola Buizza

(Articolo scritto per il quotidiano Bresciaoggi)

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