Spettri, immagini e parole in Parlamento

La 19ma legislatura è iniziata con l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Chi sono, cosa hanno detto e cosa faranno?

Credo che le persone possano cambiare. Sempre che lo vogliano. Credo anche che, per alcuni, le prese di posizione estremiste, oggi come oggi, siano solo apparenti. Convenienti medaglie su una divisa che poi, arrivati a casa, si tolgono per indossare panni più comodi e rilassati. Credo anche, ma è forse meglio dire che lo spero, sia cambiato il mondo e che in Italia non ci siano (più) i presupposti per un passo indietro nel tempo più nero della nostra storia.

Dunque: la diciannovesima legislatura è iniziata, abbiamo Ignazio Benito Maria La Russa come presidente del Senato, la seconda più importante carica dello Stato dopo quella di presidente della Repubblica. L’articolo 86 della Costituzione ci ricorda che “𝑳𝒆 𝒇𝒖𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝑷𝒓𝒆𝒔𝒊𝒅𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑹𝒆𝒑𝒖𝒃𝒃𝒍𝒊𝒄𝒂, 𝒊𝒏 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒄𝒂𝒔𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒑𝒐𝒔𝒔𝒂 𝒂𝒅𝒆𝒎𝒑𝒊𝒆𝒓𝒍𝒆, 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒆𝒔𝒆𝒓𝒄𝒊𝒕𝒂𝒕𝒆 𝒅𝒂𝒍 𝑷𝒓𝒆𝒔𝒊𝒅𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝑺𝒆𝒏𝒂𝒕𝒐”. Il leghista Lorenzo Fontana è stato nominato presidente della Camera (la terza delle più alte cariche dello Stato).

Chi è La Russa, lo sappiamo un po’ tutti: ha militato nel Movimento Sociale Italiano, poi An e PdL. E’ tra i fondatori di Fratelli d’Italia. Insomma, una vita votata a destra. Il 13 ottobre, dopo la sua elezione a presidente del Senato, abbiamo assistito a una scena (storica? simbolica? inquietante?) : a 100 anni dalla Marcia su Roma 𝑳𝒊𝒍𝒊𝒂𝒏𝒂 𝑺𝒆𝒈𝒓𝒆 – senatrice a vita deportata nel 1944 nel campo di concentramento di Birkenau-Auschwitz, sopravvissuta all’olocausto (non c’è bisogno di ricordare cosa è stato, giusto?) che ha fatto della sua vita una testimonianza per i crimini commessi dal fascismo – ha annunciato l’elezione di Ignazio La Russa.

Perché proprio lei? Perché, essendo la più anziana dell’emiciclo, ha dovuto presiedere la prima seduta del Senato nella nuova legislatura al posto del presidente emerito Giorgio Napolitano, che ha dovuto declinare per motivi di salute. E’ il regolamento, bellezza!

Che dire, poi, del discorso di insediamento di La Russa, quando ha citato Sandro Pertini (già) e la sua frase che lo ha ispirato: 𝒏𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒗𝒊𝒕𝒂 è 𝒏𝒆𝒄𝒆𝒔𝒔𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒔𝒂𝒑𝒆𝒓 𝒍𝒐𝒕𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒑𝒂𝒖𝒓𝒂, 𝒎𝒂 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒔𝒑𝒆𝒓𝒂𝒏𝒛𝒂 . Oppure, che dire del 25 aprile, 1°maggio e 2 giugno “date che hanno bisogno di essere celebrate da tutti”, ha detto La Russa, e di quell’unità tra le parti, tanto rimarcata che lo ha portato a dire: “sono sempre stato un uomo di parte, di partito. Ma in questo ruolo non lo sarò”. Beh, non so voi ma io un po’ stranita lo sono. Le persone possono cambiare? Ci credo, ma vengo categoricamente delusa. Eppure continuo a lottare, proprio come diceva Pertini, anche senza speranza.

Poi arriva Lorenzo Fontana, politico che sui social pubblica foto di santi, sante, madonne, Salvini (glielo avrà insegnato lui, a farlo?) e che crede nella difesa dei confini dalle 𝒊 𝒏 𝒗 𝒂 𝒔 𝒊 𝒐 𝒏 𝒊 . Il suo curriculum parla di manifestazioni per la famiglia tradizionale (e io, qua, sono già segnata sul taccuino nero), di posizioni antiabortiste, anti LGBT+ e filo putiniane. Integralista ultracattolico, anti euro…

C’è altro? Sì, ma ho già bruciore allo stomaco, mi fermo qua. Sia chiaro, lui è assolutamente libero di avere le sue idee (le parole e le azioni, però, vanno sempre pesate), il punto è che non vorrei le imponesse a tutti visto che è la terza più alta carica dello stato.

Il presidente della Camera, tra le altre cose, “𝒅𝒆𝒄𝒊𝒅𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍’𝒂𝒎𝒎𝒊𝒔𝒔𝒊𝒃𝒊𝒍𝒊𝒕à 𝒅𝒆𝒊 𝒑𝒓𝒐𝒈𝒆𝒕𝒕𝒊 𝒅𝒊 𝒍𝒆𝒈𝒈𝒆, 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒆𝒎𝒆𝒏𝒅𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒊, 𝒅𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒐𝒓𝒅𝒊𝒏𝒊 𝒅𝒆𝒍 𝒈𝒊𝒐𝒓𝒏𝒐, 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒎𝒐𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊, 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒓𝒐𝒈𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒆 𝒊𝒏𝒕𝒆𝒓𝒑𝒆𝒍𝒍𝒂𝒏𝒛𝒆” e questo un po’ mi preoccupa visto che il presidente di una Camera può, di fatto, incidere sull’approvazione o sulla bocciatura della legge.

“La Camera – ha detto Fontana nel suo discorso d’insediamento – rappresenta le diverse volontà dei cittadini: la nostra è una nazione multiforme con diverse realtà storiche e territoriali che l’hanno formata e l’hanno fatta grande: la grandezza dell’Italia è la diversità. Interesse dell’Italia è 𝒔𝒖𝒃𝒍𝒊𝒎𝒂𝒓𝒆 𝒍𝒆 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒓𝒔𝒊𝒕à” e per un attimo mi ha lasciato sperare, poi ho realizzato. Macché, signori e signore, qui si parla di autonomie locali, mica di diritti sociali. Che ne è, e che ne sarà di quel “rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali umani” evidenziati nel saluto di Fontana al Pontefice? La mia prof di Lettere, a questo punto, mi aiuterebbe con una valida parafrasi. Parole, parole…un tanto al chilo.

Fontana ha citato anche il beato Carlo Acutis (un ragazzino di 15 anni morto nel 2006 per una leucemia fulminante) che disse “𝑻𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒐𝒏𝒐 𝒐𝒓𝒊𝒈𝒊𝒏𝒂𝒍𝒊 𝒎𝒂 𝒎𝒐𝒍𝒕𝒊 𝒎𝒖𝒐𝒊𝒐𝒏𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒇𝒐𝒕𝒐𝒄𝒐𝒑𝒊𝒆”. Lo ha fatto introducendo un discorso sull’Italia che, avendo una sua peculiarità, non deve omologarsi a realtà estere.

Ma Carlo Acutis, cosa voleva dire con quella frase? Repubblica riporta una dichiarazione della madre del giovane all’Ansa: “𝒄𝒉𝒆 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒏𝒐𝒊 𝒔𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒔𝒑𝒆𝒄𝒊𝒂𝒍𝒊, 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒕𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒄’è 𝒖𝒏 𝒑𝒓𝒐𝒈𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒐𝒓𝒊𝒈𝒊𝒏𝒂𝒍𝒆, 𝒔𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒄𝒆𝒈𝒍𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒅𝒊 𝒗𝒊𝒗𝒆𝒓𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒊𝒍 𝒑𝒓𝒐𝒔𝒔𝒊𝒎𝒐 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒏𝒕𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒇𝒐𝒕𝒐𝒄𝒐𝒑𝒊𝒆 𝒅𝒊 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒐 𝒐 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊 𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒊 𝒓𝒆𝒂𝒍𝒊𝒛𝒛𝒂”.

Non resta che lasciar lavorare i nostri nuovi politici perché: ormai altro non possiamo fare e qualcuno deve pur farlo. Speriamo che gli spettri rimangano nell’oltretomba, che le immagini e le parole in Parlamento non ci facciano raccapricciare oltremodo, come spesso è accaduto. E che l’opposizione faccia un degno lavoro, lasciando perdere le scaramucce e mostrandosi propositiva e incisiva.

Non citerò santi o beati, ma quel “tutti nascono…” mi riporta alla 𝘿𝙞𝙘𝙝𝙞𝙖𝙧𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙪𝙣𝙞𝙫𝙚𝙧𝙨𝙖𝙡𝙚 𝙙𝙚𝙞 𝙙𝙞𝙧𝙞𝙩𝙩𝙞 𝙪𝙢𝙖𝙣𝙞 (1948) il cui primo articolo recita proprio così: 𝑻𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒈𝒍𝒊 𝒖𝒐𝒎𝒊𝒏𝒊 𝒏𝒂𝒔𝒄𝒐𝒏𝒐 𝒍𝒊𝒃𝒆𝒓𝒊 𝒆 𝒖𝒈𝒖𝒂𝒍𝒊 𝒊𝒏 𝒅𝒊𝒈𝒏𝒊𝒕à 𝒆 𝒅𝒊𝒓𝒊𝒕𝒕𝒊. 𝑺𝒐𝒏𝒐 𝒅𝒐𝒕𝒂𝒕𝒊 𝒅𝒊 𝒓𝒂𝒈𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒆 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒔𝒄𝒊𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒆 𝒅𝒆𝒗𝒐𝒏𝒐 𝒂𝒈𝒊𝒓𝒆 𝒈𝒍𝒊 𝒖𝒏𝒊 𝒗𝒆𝒓𝒔𝒐 𝒈𝒍𝒊 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊 𝒊𝒏 𝒖𝒏𝒐 𝒔𝒑𝒊𝒓𝒊𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒇𝒓𝒂𝒕𝒆𝒓𝒏𝒊𝒕à.

E, visto che siamo in Italia e non ci vogliamo “omologare”, citiamo pure la nostra 𝘾𝙤𝙨𝙩𝙞𝙩𝙪𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 dove, all’articolo 3 ricorda che: 𝑻𝒖𝒕𝒕𝒊 𝒊 𝒄𝒊𝒕𝒕𝒂𝒅𝒊𝒏𝒊 𝒉𝒂𝒏𝒏𝒐 𝒑𝒂𝒓𝒊 𝒅𝒊𝒈𝒏𝒊𝒕à 𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒍𝒆 𝒆 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒆𝒈𝒖𝒂𝒍𝒊 𝒅𝒂𝒗𝒂𝒏𝒕𝒊 𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒍𝒆𝒈𝒈𝒆, 𝒔𝒆𝒏𝒛𝒂 𝒅𝒊𝒔𝒕𝒊𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒊 𝒔𝒆𝒔𝒔𝒐, 𝒅𝒊 𝒓𝒂𝒛𝒛𝒂, 𝒅𝒊 𝒍𝒊𝒏𝒈𝒖𝒂, 𝒅𝒊 𝒓𝒆𝒍𝒊𝒈𝒊𝒐𝒏𝒆, 𝒅𝒊 𝒐𝒑𝒊𝒏𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒑𝒐𝒍𝒊𝒕𝒊𝒄𝒉𝒆, 𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒅𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂𝒍𝒊 𝒆 𝒔𝒐𝒄𝒊𝒂𝒍𝒊.

Pubblicato in Pensieri in libertà | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Che “Futura” ci aspetta se non insegniamo a coltivare i sogni ai nostri giovani?

Una ragazzina di 18 anni, in visita ad una fiera su futuro, ambiente e sostenibilità, entra con un sogno ed esce con un dilemma: “Vorrei fare la ballerina, ma ora mi trovo a un bivio. Forse dovrei scegliere un lavoro che mi dia la sicurezza economica”. No, tesoro. Scegli ciò che può renderti felice.

Se lo puoi sognare, lo puoi fare

Ricordo bene i miei sogni da bambina. Tre cose avrei voluto fare, nella vita: l’attrice, la viaggiatrice, la giornalista. Sul primo sogno, non mi sono mai realmente impegnata. Il secondo, per qualche tempo, l’ho anche toccato. Il terzo, si è realizzato. Tre sogni, ma mai ho pensato che avrei voluto diventare ricca. Indipendente, quello sì. Volevo realizzarmi al più presto nel lavoro, per non dipendere da nessuno. Ma l’obiettivo era il sogno, la passione.

A quel tempo allontanavo gli adulti che avrebbero voluto per me un lavoro “sicuro”, uno di quelli “senza grilli per la testa”, uno di quei lavori che già allora mi toglievano il fiato al solo pensiero. Se uno, o una, di quegli adulti mi faceva la ramanzina, mi chiudevo a riccio per sempre. Ho avuto la fortuna di avere una madre tale e quale a me. Una donna che metteva la propria indipendenza, economica e mentale, al di sopra di tutto. Che credeva nei sogni e che mi ha insegnato a coltivarli. Sono cresciuta con i nonni materni, siciliani, rigidi, concreti. Ma leggevano la mia irrequietezza e avevano trovato il modo di tagliare corto: quando avrai 18 anni, dicevano, potrai fare quello che vorrai.

Per questo mi irrigidisco ogni volta che, in un discorso, sento parlare di successo, denaro, potere come se queste fossero le uniche ambizioni accettabili in un mondo che è sì proiettato verso il futuro, ma ciecamente. Pensavo che le cose fossero cambiate, pensavo che le arti stessero guadagnando, nel pensiero comune e diffuso, il giusto valore che meritano. Pensavo che giovani appassionati di musica, danza, recitazione, pittura, scultura e qualsiasi altra espressione artistica, fossero liberi di inseguire i propri sogni senza giudizi o pregiudizi, senza freni. Tanto più che oggi, rispetto a trenta o quarant’anni fa, c’è la possibilità di studiare con più facilità, di viaggiare e connettersi, non solo virtualmente, ma con il mondo intero. Invece no.

Invece no, le cose non sono poi tanto cambiate se mi sento dire da una ragazza di 18 anni che lei vorrebbe cantare, danzare, ma che ora si trova davanti a un bivio perché, forse, è meglio che pensi a una professione che le dia la solidità economica. Dov’è che le sue convinzioni hanno vacillato? A Futura Expo, la manifestazione dedicata alla “visione del futuro in cui Uomo, Ambiente ed Economia possano convivere in armonia”.

Che c’entra il discorso che sto facendo con l’ambiente e la sostenibilità? Apparentemente poco, nella sostanza molto. Perché quella ragazza non è stata l’unica ad uscire da lì con le idee confuse. Ce n’è una seconda. Una ragazza che non sa esattamente cosa vorrà fare nella vita e che è in cerca di ispirazioni. Che confidava di capire qualcosa di ambiente, sostenibilità, impresa e futuro ma che ha recepito solo un messaggio: l’importanza del denaro. E non me l’ha riferito con la spocchia tipica di tanti giovani, ma con una delusione sincera. “Mi aspettavo qualcosa di diverso, invece tutti che parlavano di quanto erano stati bravi a costruire la loro impresa, la sicurezza economica, come se quella fosse l’unico obiettivo che conta”. Io, zitta. In ascolto.

Non ci sono stata alla fiera, non posso esprimere giudizi da esperienza diretta. E sono certa che ci siano state occasioni di confronto interessanti, sguardi proiettati al futuro e a un mondo migliore. Ho solo il dubbio che alcune conferenze scelte per gli studenti e le studentesse degli istituti superiori abbiano semplicemente mancato il bersaglio. Quale fosse, questo bersaglio, faccio fatica a capirlo.

Mi piange il cuore sapere che una ragazza è entrata con un sogno ed è uscita con un dilemma. Vorrei fosse entrata con un sogno e fosse uscita con la grinta per inseguirlo. Vorrei che non si insegnasse più ai giovani che il lavoro è Lavoro solo quando è fatica, solo quando fa gonfiare il conto il banca. Ma che il lavoro è una scelta consapevole nel rispetto delle proprie aspirazioni, qualcosa a cui ti dedicherai per la maggior parte della tua vita, o anche tutta. E che più lo amerai più sopporterai le fatiche, le notti insonni.

Vorrei insegnassimo ai giovani che “cadere” non significa fallire, ma costruire: esperienza, consapevolezza, umiltà. Vorrei dessimo loro gli strumenti per capire che non è necessario avere le idee chiare oggi, a 18 anni. E che la vita è una corrente che è bello assecondare, ogni tanto. Che magari non farai mai la ballerina, la cantante, l’attrice, la pittrice ma potresti comunque lavorare in quel mondo, perché ci sono tante altre infinite e bellissime professioni che si creano, anno dopo anno. E che se non ci riuscirai, verrai a patto con le tue aspirazioni, ma almeno ci avrai provato. Che non necessariamente si muore di fame se non si diventa manager o imprenditori di successo, ma che l’importante è lavorare per qualcosa che abbia senso per te, per il tuo cuore e la tua testa.

Vorrei che il “brain washing” (lavaggio del cervello) fosse equiparato, per gravità, al “greenwashing” (l’ecologismo che è solo facciata) e che provassimo gioia per poco, piuttosto che frustrazione per il troppo.  

Pubblicato in Pensieri in libertà | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Blanco. Storia di una passione, quarantene e paranoie

Quanto tempo occorre per fare avverare un sogno? A volte non basta una vita, altre è concesso solo tra le braccia di Morfeo. Altre ancora, è qualcosa di improvviso e inaspettato

Ho letto molto su Blanco, in questi giorni. Da quando ha vinto il Festival di Sanremo insieme a Mahmood, con il brano “Brividi”, non si è fatto altro che parlare di lui, di quanto è giovane (19 anni il 10 febbraio), di come il successo sia arrivato all’improvviso, del futuro radioso che sta lì ad aspettarlo, della fidanzata, dei genitori, di record su Spotify, dei suoi abiti e delle trasparenze…di tutto e di più. Eppure c’è qualcos’altro, scivolato via forse troppo velocemente, che ha catturato la mia attenzione.

Qualcosa che risale all’inizio del 2020 quando Riccardo Fabbriconi (questo è il suo nome) se ne stava chiuso in casa come tutti noi altri. Quel qualcosa ha un nome, Quarantine paranoid: il suo primo Ep realizzato con i mezzi che aveva a disposizione e poi caricato su SoundCloud. Grazie a quei cinque brani è stato notato da un’etichetta che gli ha proposto un contratto discografico. La storia potrebbe finire (o iniziare) qui, e stop. Ma lì dentro, per me, ci sta il senso di quella resilienza di cui tanto si parla e poco si conosce: la capacità di assorbire un urto senza rompersi. Che un po’ mi ricorda il kintsugi, l’arte giapponese che utilizza una mistura di lacca e oro per riparare gli oggetti, rendendoli ancora più preziosi.

Febbraio 2020 – febbraio 2022 in un salto di corda. Ventiquattro mesi in un soffio, svaniti tra le mani. Con il lockdown e quel senso di claustrofobia che ha colto un po’ tutti alla sprovvista. Ci sono coppie scoppiate, ragazzini e ragazzine finiti in depressione e sempre più chiusi nel loro isolamento. E così gli adulti, impossibilitati a vedere, fare e pirlare, si sono ammutoliti e inebetiti davanti a uno schermo.

C’è chi, pur soffrendo l’isolamento, ha continuato a coltivare i suoi interessi, approfittando del maggior tempo a disposizione. Per leggere, ad esempio. Per cucinare. Per guardarsi attorno, imparando ad osservare. Per migliorare un hobby o, perché no, per affinare la propria professionalità, coltivare il proprio talento.

Due anni fa, in quelle case che all’improvviso ci sono parse chiuse a catenaccio dal di fuori, c’era anche Riccardo, un giovane ragazzino come tanti, appassionato di musica e calcio. Immaginiamo, visti gli eventi, che il calcio lo potesse praticare ben poco. La musica, invece…quella, probabilmente, gli ha salvato i nervi. Certamente gli ha cambiato la vita. E’ così che quelle “paranoie da quarantena” che hanno rallentato, spossato, demoralizzato e inviperito la maggior parte delle persone, a lui lo hanno motivato, smosso, focalizzato. Non che non gli sia pesato tutto quel tempo sospeso e poi il coprifuoco alle 18 e le videochiamate interminabili per ogni cosa, con gli ormoni adolescenziali in subbuglio e la voglia di scappare. Qualcuno (e forse più) si sarebbe lasciato andare, sopraffatto dall’accidia. Lui no. Nelle parole e nelle note ha trovato le ali per evadere.

Volare restando fermi, chi non l’ha fatto, da giovane?

Ce ne siamo dimenticati, ma la bellezza della vita sta tutta lì, nella capacità di sognare, di credere, di provare. Certo, per farlo bisogna avere delle passioni, qualcosa che faccia battere il cuore e dare forma ai sogni. Ritorniamo, quindi, a due anni fa. Al lockdown e a quel ragazzino ancora minorenne che, appese le scarpette (da calcio) al chiodo, giocoforza, fa l’unica cosa che gli sia possibile fare in casa: cantare. Scrivere, esprimersi. Ora, sui testi si potrebbe obiettare, ma non essendo questo il punto, vado oltre. Il punto è la differenza tra il guardare e il fare, tra il lamentarsi e l’agire, tra l’essere o non essere, suggerisce Shakespeare. Ecco che le nostre “paranoie da quarantena” diventano le sue Quarantine paranoid. Uno sfogo in musica per non impazzire. Quello che accade poi è storia recente: una casa discografica lo nota (pare Hollywood, vero?), per lui arriva il primo contratto, entro l’autunno 2020 il terzo singolo e i primi riscontri del pubblico, i primi riconoscimenti. Più o meno è andata così, mi perdonerà Riccardo-Blanco per gli errori biografici. Salto di anno: nel 2021 Blanco pubblica il suo primo album in studio, Blu celeste, fa le sue prime apparizioni in tv e via così fino al Festival di Sanremo 2022.

Che bello, quindi, ripensare a quel ragazzo nella stanza che non si abbatte. Che sbuffa, grida, scalpita e canta come un pazzo. Immagino le smorfie del suo viso, quando la voglia di spaccare il mondo ti travolge e stordisce. Quando ti senti vivo, nonostante tutto e tutti. Quando non attendi altro che la porta si apra per correre fuori, libero e lontano. Quando hai una passione che ti tiene compagnia nei momenti più bui, anche se sei solo, anche se sei stanco, anche se c’è buio. Questa è l’energia che mi piace e che, anche se non ho più 18 anni, mi fa sentire la vita fra le mani e ancora tanta voglia di fare e di sperare.

La letteratura non permette di camminare, ma permette di respirare (Roland Barthes)

…e la musica, a volte, consente di volare

Pubblicato in Pensieri in libertà | Contrassegnato , | Lascia un commento