Ho incontrato una donna senza volto, una scimmia con una maschera bianca e un ragno eremita ibridato con la Musa dormiente di Constantin Brâncuși. Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo? Ho pensato: che meraviglia è l’arte, capace di sospendermi e liberarmi dall’angoscia del dilemma della vita
Offspring, 2018 di Pierre Huyghe (sistema autogenerativo basato su sensori che modificano il suono e la luce)
Benvenuti in Liminal, il nuovo “viaggio” che Pierre Huyghe, in stretta collaborazione con la curatrice Anne Stenne, ha concepito alla Punta della Dogana di Venezia (fino al 24 novembre 2024). Nuove e importanti creazioni dell’artista francese si affiancano a opere degli ultimi dieci anni, provenienti in particolare dalla Pinault Collection.
Ho brancolato nel buio e ho trovato la luce, allineata e agganciata come una capsula alla stazione spaziale, pronta ad esplorare l’Universo. Ho fame, mi nutro d’arte. E se a lungo mi sono chiesta il perché, la risposta mi è arrivata come un’epifania in questa affascinante “Waste Land”. Mi aveva avvertito Thomas Stearns Eliot: «La conclusione di tutte le nostre ricerche sarà di arrivare dove eravamo partiti e di conoscere il posto per la prima volta».
Il colpo di fulmine
Tutto inizia e riporta a lui, Pierre Huyghe. Era il 2001, la mia prima Biennale d’arte. Mi rivedo al Padiglione Francia completamente ipnotizzata da due torri residenziali in un paesaggio urbano desolato, avvolto dalla nebbia nella notte. Edifici privi di qualsiasi presenza umana che riprendevano vita attraverso piccole finestre illuminate qua e là, tra suoni elettronici. Non capivo ma osservavo. Stimolata, scossa, calmata da quelle frequenze verso esperienze sensoriali per me nuove, affascinati. Mi sentii avvolta dalla scena, completamente dentro. Immersa.
Dal catalogo della Biennale di Venezia 2001
La risposta a quel «che ci facciamo noi qui?» arrivò a me, interprete di una nuova lingua, cittadina di un nuovo mondo. Avvertii un brivido, un piacere totale. Mi sentii meno sola. Huyghe mi aveva appena svelato l’accesso a una nuova dimensione, consegnandomi, tra suoni e immagini, i codici per comprendere una nuova lingua. Liminal, quindi, 23 anni dopo. Una soglia cognitiva che trova ideale collocazione in uno spazio ridisegnato dall’architetto giapponese Tadao Ando. Il passato e il futuro si annullano, il buio e la luce aderiscono alle percezioni di un tempo umano e altro. Forma e astrazione si rincorrono. Cos’è la realtà? Da quale prospettiva guardarla? Oppure, è solo percezione?
Non voglio esibire qualcosa a qualcuno, ma piuttosto il contrario: esporre qualcuno a qualcosa – Pierre Huyghe (2019)
Limen, limbo e transizione: liminal
La donna senza volto ha un ventre che riconosco, tocca la mia memoria. Poi mi perdo, nessuna coordinata geografica o spaziale. Approdo su un Pianeta vuoto, grigio, privo di orizzonte, spento. Nei suoi passi circospetti, il mio smarrimento, in una manciata di polvere la paura che svanisce e il noi che «non fummo sconfitti solo perché continuammo a tentare» riemerge per quella strada sulla quale non siamo.
Liminal – Pierre Huyghe
Individui muti accompagnano i visitatori nel percorso sulla terra desolata e mondi acquatici, tra una stanza e l’altra. Indossano delle maschere con schermo Led, dorate. Idiom, provisti di sensori che rilevano stimoli e informazioni ambientali e li traducono in fenomeni incomprensibili. Apici di assoluto stupore e genialità si materializzano sullo schermo in Human mask, quando in una Fukushima devastata dal terremoto e dalla catastrofe nucleare del 2011 incontriamo una piccola scimmia che indossa una maschera bianca e lunghi capelli neri. Un’incantevole e inquietante “bambina” che ribalta le prospettive tra umano e animale. Istinto, ansia, noia.
Un viaggio che continua nella sala degli acquari con progetti che risalgono al 2013-2015 e 2017. Ambienti popolati da entità diverse, specie antiche apparse 540 milioni di anni fa, da cui ha avuto origine la maggior parte delle forme viventi, che se ne stanno sulla sabbia nera di Cambrian Explosion, dove un’enorme roccia galleggiante sembra muoversi incongruamente rispetto alla forza gravitazionale. L’ibridazione tra due specie si manifesta nel granchio eremita che indossa una copia della Musa dormiente, famosa scultura di Constantin Brâncuși.
Zoodram 6 – Pierre Huyghe
Dall’acqua al deserto di Atacama, in Cile. Il luogo più antico e arido della terra mostrato in Cosmata, un film autogenerato e montato in tempo reale dall’intelligenza artificiale. Modifiche all’infinito senza linearità con macchine che sembrano compiere un rituale sconosciuto sullo scheletro umano emerso parzialmente dalle sabbie. Le telecamere sembrano compiere un rito funebre infinito, indugiano su alcuni dettagli amplificando la sensazione di essere in quella terra desolata e di nessuno incontrata insieme alla donna senza volto.
De-extinction, 2014 – Pierre Huyghe
Dodici minuti per l’apoteosi del viaggio, non saprei definirlo diversamente. De-extinction, film del 2014, trascina all’interno di una pietra d’ambra, tra i suoni e i rumori di una motion control camera in azione. Mostra l’accoppiamento di due insetti risalente a un milione di anni fa, cristallizzato nel tempo, scrutato da telecamere macroscopiche e microscopiche. Sospende il qui e ora. Galleggi senza coordinate temporali, tra galassie sconosciute. Ancora una volta, alla ricerca della donna senza volto. Un ponte tra le irrisolte domande esistenziali e la percezione più nitida.
Dal buio alla luce
Resta un ultimo passo per tornare alla luce. Su un grande schermo UUmwelt-Annlee riproduce immagini mentali prodotte da un’interfaccia cervello-computer che registra l’attività cerebrale di una persona nell’atto di immaginare Annlee, personaggio anch’esso immaginario. Chiudi gli occhi, respira. Ora riaprili e ricomincia. Mind’s Eyes, artefatto di materiale sintetico e biologico, ti guarda. Sembra sciogliersi, mutare.
Riprendi il passo
Prima di uscire l’inciampo in Estelarium. C’era anche all’entrata, ma nel buio denso in cui anche le ombre sembravano smarrite, non l’avevo notato. È un calco, la forma di un ventre umano gravido poco prima del parto. Custode di un segreto universale. Un’immagine congelata nel tempo che racchiude la promessa del futuro.
Spalanco la porta della Dogana e il sole mi acceca. È il pomeriggio di una calda estate, il mio corpo recupera lentamente temperatura, gli occhi si abituano nuovamente alla luce. Ma in me c’è qualcosa di diverso, come nel lontano 2001. Un risveglio, una rinnovata consapevolezza. Eccolo, il miracolo dell’arte.
E alla fine di tutto il nostro andare Ritorneremo al punto di partenza Per conoscerlo per la prima volta. (Thomas Stearns Eliot)
Nella casa dei miei nonni c’era una poltrona verde. In quella casa ci sono cresciuta e dentro quella poltrona ho sognato davvero l’impossibile. Ci stavo “dentro” perché mi rannicchiavo e raggomitolavo. Era una poltrona larga, tozza e bassa, verde oliva, colore tipico degli anni Settanta. Mi piaceva accarezzarla perché la mano scorreva morbida sopra quel velluto a coste sottili sottili.
Quella poltrona ha fatto giri immensi abitando ogni angolo del salotto e mi ha portata in ogni dove di quel mondo dove tutto è possibile. Mi piaceva avvicinarla alla finestra per starmene lì, tra luce e ombra, rintanata nei miei libri, nella mia musica, nei miei sogni. Ogni tanto ci penso a quei momenti.
Alcuni degli oggetti a me più cari sono custoditi in una cassetta di legno: c’è la cuffia in lana di mio nonno, quella che gli teneva al caldo la testa pelata nelle fredde notti d’inverno, ci sono gli occhiali di mia nonna senza i quali il suo viso, nei miei ricordi, parrebbe più sfuggente. Avessi potuto renderla piccola piccola, ci avrei messo anche la poltrona verde in quella scatola. Invece chissà dov’è finita, forse in qualche discarica. Di certo la ritrovo in un angolo del mio cuore e nei ricordi di quella casa che esiste ancora e che, oggi, custodisce altre vite.
Spesso mi capita di passare sotto le finestre della camera da letto, quelle che danno sulla strada pubblica. Richiamano il mio sguardo e smuovono emozioni. Quella casa popola i miei sogni più spesso di quanto vorrei, avvolge il mio risveglio e confonde la mente quando non ritrovo il mio vecchio letto o il mio sguardo cade nel vuoto, non trovando appiglio alla libreria con le ante in vetro bugnato. Quanto manca ogni oggetto, ogni sensazione. Quanto manca la mia poltrona verde che mi ha cullata e protetta anno dopo anno e, come una navicella spaziale, mi ha fatto esplorare l’universo quando ero ancora troppo piccola per mettermi in viaggio da sola.
È un tempo strano, il nostro. Parliamo di tutela dell’ambiente, ma tagliamo alberi senza ragione. Chiediamo più parchi e demoliamo gli esistenti. Rivendichiamo diritti ma ignoriamo quelli degli altri. Scriviamo di rispetto e agiamo nell’offesa. Sappiamo fare tutto noi ma gli altri sono tutti degli emeriti incapaci. Ci lamentiamo di non avere denaro ma lo sperperiamo in futilità. Pretendiamo di «essere» ma valutiamo solo ciò che abbiamo. Vogliamo e non agiamo. Ce ne stiamo seduti con la bolla al naso e la rabbia nelle dita.
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