Io ho paura dell’intelligenza artificiale. Ci gioco, la utilizzo, la sperimento. Ma ho paura. Ho paura di quello che ci farà come esseri umani. Non che l’umanità, oggi, sia una morbida e calda coperta per proteggersi dal freddo dei sensi. No, tutt’altro. Ma ci stiamo affidando troppo alla macchina, al mondo digitale. Le penne ci cadranno di mano perché non sapremo più come impugnarle. La grafia già da tempo si sfalda, ci sfugge dalle dita troppo abituate a pigiare sulla tastiera. E il nostro pensiero? Che ne sarà? Leggo chi non ha mai saputo costruire una frase di senso compiuto e mi stupisco delle sue abilità letterarie. Così, apprese con la stessa velocità del gorgoglio di una moka.
A che servirà leggere libri, studiare, creare? Eppure servirà, ne sono certa. Come sento che ci sarà un termine. Ma dopo, come nei film di fantascienza, ci ritroveremo davanti a un vecchio giradischi che ancora suona, a una radio che gracchia. E saremo nei campi di grano anneriti ma vivi, con spighe tenaci che resistono, tra ciuffi di verde che spaccano l’asfalto e calle che rifioriscono dopo il gelo. Saremo più poveri di strumenti, ma forse più ricchi di senso. E saremo felici.
Ma ora, ho paura. Paura di tutto questo sovraccarico di input e vomitate di output, di prestazioni che ti sfidano a fare, a dare, a dimostrare. Che ne sarà di noi umani quando tu prenderai il sopravvento? Ho chiesto a Chatgpt. «Non “voglio” dominare il mondo» , mi ha risposto. «I rischi nascono invece da come le persone, le aziende o gli Stati usano la tecnologia. La storia è ancora tutta da scrivere — e gli esseri umani decidono molte delle regole del gioco» .


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