Nella casa dei miei nonni c’era una poltrona verde. In quella casa ci sono cresciuta e dentro quella poltrona ho sognato davvero l’impossibile. Ci stavo “dentro” perché mi rannicchiavo e raggomitolavo. Era una poltrona larga, tozza e bassa, verde oliva, colore tipico degli anni Settanta. Mi piaceva accarezzarla perché la mano scorreva morbida sopra quel velluto a coste sottili sottili.
Quella poltrona ha fatto giri immensi abitando ogni angolo del salotto e mi ha portata in ogni dove di quel mondo dove tutto è possibile. Mi piaceva avvicinarla alla finestra per starmene lì, tra luce e ombra, rintanata nei miei libri, nella mia musica, nei miei sogni. Ogni tanto ci penso a quei momenti.
Alcuni degli oggetti a me più cari sono custoditi in una cassetta di legno: c’è la cuffia in lana di mio nonno, quella che gli teneva al caldo la testa pelata nelle fredde notti d’inverno, ci sono gli occhiali di mia nonna senza i quali il suo viso, nei miei ricordi, parrebbe più sfuggente. Avessi potuto renderla piccola piccola, ci avrei messo anche la poltrona verde in quella scatola. Invece chissà dov’è finita, forse in qualche discarica. Di certo la ritrovo in un angolo del mio cuore e nei ricordi di quella casa che esiste ancora e che, oggi, custodisce altre vite.
Spesso mi capita di passare sotto le finestre della camera da letto, quelle che danno sulla strada pubblica. Richiamano il mio sguardo e smuovono emozioni. Quella casa popola i miei sogni più spesso di quanto vorrei, avvolge il mio risveglio e confonde la mente quando non ritrovo il mio vecchio letto o il mio sguardo cade nel vuoto, non trovando appiglio alla libreria con le ante in vetro bugnato. Quanto manca ogni oggetto, ogni sensazione. Quanto manca la mia poltrona verde che mi ha cullata e protetta anno dopo anno e, come una navicella spaziale, mi ha fatto esplorare l’universo quando ero ancora troppo piccola per mettermi in viaggio da sola.



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