
A Barcellona, migliaia di persone sono scese in piazza contro l’eccessiva presenza di turisti. Stessa cosa alle Canarie, con manifestazioni in diverse città. A Venezia hanno sperimentato un biglietto d’ingresso da 5 euro e prevedono di raddoppiarne il costo e in Trentino Alto Adige cresce la tensione tra la comunità locale e l’industria turistica. Dal «venghino signori, venghino» al «vade retro forestiero» ormai è un attimo, succede sul Garda e – pensate – anche sul piccolo lago Moro in Valcamonica.
Leggo di una protesta rivolta ai progetti di sviluppo del lago pensati dall’Amministrazione di Darfo, colpevole, secondo alcuni, di trasformare un luogo calmo, silenzioso e suggestivo in un «caotico, rumoroso e sovraffollato parco acquatico». Colpe o non colpe (bisogna poi vedere i punti di vista) un po’ ovunque è palpabile il fastidio per una sorta di usurpazione dello spazio urbano da parte dei visitatori.
In molti casi, soprattutto nelle città, il turismo di massa fa lievitare i costi degli alloggi e diventa sempre più difficoltoso per i residenti trovare case in cui vivere a prezzi equi. Come se non bastasse, in Islanda sono finiti anche i cetrioli. Introvabili! Cosa c’entra questo con il nostro discorso sul turismo di massa? Un collegamento c’è, occhio e croce.
L’altro giorno, scorrendo vari video su Instagram e Tik Tok, guarda caso mi sono capitati due post sul Lago Moro pubblicati da travel influencer che pubblicizzavano la bellezza delle acque di un luogo incantato dove, però, è anche possibile divertirsi. Erano video fatti da utenti stranieri, non saprei ritrovarli nello scrolling veloce che ti piglia in quei momenti e nel quale è finito anche un «meraviglioso laghetto dalle acque cristalline in Veneto. Vuoi scoprire dove si trova? Seguimi e scrivimi nei commenti, ti risponderò».
Quante volte abbiamo sentito ripetere che «la pubblicità è l’anima del commercio»? Con i social tutto si è modificato, la comunicazione ha trovato una nuova grammatica e così l’immagine. Tutti vogliono “la spunta verde”, ovvero quel “Fatto!” che caratterizza ogni viaggio o esperienza che sia. L’ho capito qualche anno fa a Santorini, alla ricerca di un punto per ammirare il tramonto che non fosse occupato da frotte di zombie impomatati, brillantinati e truccati, con il cellulare in mano, pronti a spintonare per uno spazio che facesse da ideale sfondo per il selfie di rito da pubblicare subito sui social. «Sunset in Santorini? Fatto!». «Eh ma anche tu eri lì» starete pensando. Vero, ma i viaggi si fanno anche per godersi in pace i paesaggi, guardarsi attorno con curiosità e vivere il luogo con partecipazione senza necessariamente una toccata e fuga da spunta (quel famoso «Fatto!» per intenderci). C’è ancora chi cerca altro, non credete?
Ok, ma i cetrioli? Mo’ ci arrivo.
Turismo di massa da social, è questo il punto. Colpa (o merito) degli influencer? «Fanno il loro lavoro, il problema è la gente che li segue» ha dichiarato nel 2023 la guida turistica Brian Subinaghi (intervista su Repubblica Milano). «La fila per un selfie o una foto al chiosco moresco di Villa Melzi: siamo arrivati a questo. Si sta snaturando il Lago di Como con il turismo da social media, in cui conta solo l'”io” e tutto diventa un grande set fotografico» ha scritto Subinaghi in un post. «Rivoglio i gruppi culturali, rivoglio le spiegazioni a gente interessata».
Groupage allo sbaraglio e dagli atteggiamenti sconcertanti. Sempre Subinaghi racconta di imbattersi spesso in turisti delusi quando arrivano sul lago, indirizzati dall’hashtag #lakecomo: «Mi chiedono dov’è il ‘lake Como’ che hanno visto su Instagram, senza rendersi conto che ce l’hanno davanti agli occhi– continua – Purtroppo a causa dei social i luoghi perdono valore, vengono visti come set fotografici e non per la storia, l’arte e la cultura che hanno dietro». Se un luogo è di tendenza non c’è che andarci e (per?) mettere la spunta verde (Fatto!)
Tutto può fare tendenza: luoghi, trucchi, abbigliamento, esperienze eno-gastronomiche. Cibo, per l’appunto. Recentemente i cetrioli sono andati esauriti in Islanda. Colpa di “Cucumber Guy”, un giovane tiktoker che ha letteralmente influenzato le scelte di consumo di molti suoi follower, oltre sei milioni in totale. Non aspettatevi ricette da chef, qui si tratta di affettare i cetrioli in un contenitore di plastica, aggiungere “laqualunque” e shakerare. Pronto il pastone, Logan Moffit (questo il vero nome dell’influenzatore) prende le bacchette cinesi, le infila nel pastone e ingurgita un mega boccone di “boh” con grande soddisfazione. Tanto è bastato ai suoi fan per svuotare i supermercati e fare impennare la richiesta dell’ortaggio verde. Che il repentino aumento della domanda sia da ricondurre a lui è legato al fatto che, oltre ai cetrioli, in Islanda scarseggiano anche altri ingredienti utilizzati da “Cucumber guy” nelle sue ricette: l’olio di sesamo, l’aceto di riso e la salsa di pesce (l’articolo completo su Il Post).
L’impatto dei social media sul marketing è abbastanza evidente. Muovono le masse, oggi come oggi. Quindi anche i turisti. Non tutti, ovviamente, ma una buona parte. Poi, certo, i viaggi costano meno di un tempo e prendere un aereo è diventato molto più semplice che prendere un treno così come vedere i propri desideri esauditi nel tempo di un click è all’ordine del giorno (1800 pacchi all’ora vengono distribuiti a Brescia città secondo una stima di Confesercenti). Viviamo in un mondo veloce, globalizzato, sempre più alla ricerca della instagrammabilità che rischia di compromettere la tanto auspicata e ricercata sostenibilità.

Sarà questione di Fomo? …what? Ma sì, la paura di perdersi qualcosa di importante (Fear of Missing Out) o di non essere “al passo” con ciò che è popolare. Oppure è il ben noto “bisogno di appartenenza” con la sua gratificante validazione sociale? Qualche psicologo, sociologo, filosofo mi venga in aiuto. Io, nel frattempo, vado a mangiarmi un’insalata di cetrioli “della nonna”: con pomodori, cipolle e fagiolini.
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